#Venezia77 – Padrenostro. Incontro con Claudio Noce e il cast

Al Lido oggi si sono riuniti Claudio Noce e Pierfrancesco Favino, insieme al resto del cast, per spiegare come Padrenostro sia il riflesso di due generazioni messe a confronto durante gli anni di piombo. Quella dei padri, che soffocavano dietro una corazza le loro debolezze pur di proteggere la propria famiglia e quella dei figli, che da una parte vivevano la paura di perdere i propri genitori e che dall’altra soffrivano per la freddezza del padre, per gli abbracci mancati e per la sua assenza incombente.

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Noce, nonostante sia stato lui stesso una vittima, ha deciso di raccontare la sua storia e quella dell’attentato al padre attraverso il film: E’ stato molto difficile mettere in scena un trauma che la mia famiglia subì quarant’anni fa. Un fatto di cui, per quarant’anni, non ne abbiamo quasi mai parlato.
Il percorso è stato lungo, l’idea di poter realizzare un film su questa storia che mi ha accompagnato per tanto tempo nel corso della mia vita c’era, ma il problema che mi ponevo era quello di come raccontarla.
Sicuramente avevo un bisogno, un’emergenza, non tanto di raccontare il fatto in sé, che per molti anni è stato rimosso dalla mia famiglia, ma piuttosto di raccontare il punto di vista di un bambino, che ero io, mio fratello o mia sorella.
L’idea di raccontare questo film si è resa concreta dal momento in cui ho trovato il modo di raccontarlo universalmente. Ho deciso di realizzare il film durante un momento che per me è stato difficile: ho trovato lì la forza di volerlo fare, ma anche grazie all’incontro con Pierfrancesco, che è stato determinante.
Continua Favino: tre anni e mezzo fa io e Claudio eravamo seduti a sorseggiare un caffè al bar, così lui ha iniziato a raccontarmi questa storia e mentre la raccontava mi sono reso conto che riaffioravano anche i miei ricordi. Vedevo me da bambino, riconoscevo il rapporto con mio padre, la mia infanzia, riconoscevo gli odori, i sapori di quel periodo, mi si riaffacciava alla testa un pensiero: ovvero che la mia generazione, nella realtà, questa storia non l’ha vissuta in prima persona, ma l’ha in qualche modo subita o comunque si è trovata circondata dagli eventi. Mi è capitato poche volte che qualcuno mettesse un accento proprio su quei bambini lì. Su quei bambini che una volta andati a letto non esistevano più, che si dava per scontato che non sentissero, che non ascoltassero, che non intuissero cosa stava accadendo. Invece no, io ricordo perfettamente le voci dei miei genitori che parlavano nel salotto mentre io ero in camera, mi ricordo di quando sbirciavo dall’angolo o dalla fessura della porta, come fa anche Valerio nel film.
Tutto questo, insieme all’esperienza di Claudio ci ha dato l’occasione di poter raccontare una cosa che credo riguardi un po’ tutti: il mistero del rapporto tra padre e figlio. Sono cose che colpiscono sentimenti profondi e per questo spesso vengono evitate. Noi invece abbiamo deciso di impostare il film proprio dal lato emotivo, emozionale.
La nostra urgenza insomma, non era tanto quella di raccontare quegli anni, ma più che altro volevamo raccontare il punto di vista dell’infanzia vissuta durante quegli anni. Il messaggio politico del film credo stia in questo: noi facciamo parte di una generazione che, proprio perché non ha partecipato a questi grandi eventi storici, è stata messa in un angolo, silenziosamente, e le è stato forse anche un po’ impedito di alzar la mano.
Noi non avevamo bisogno di sentirci antagonisti, perché i figli degli uni e i figli degli altri condividevano lo stesso bisogno infantile. Io facevo di tutto pur di sentirmi parte di qualcosa: rubavo le borse di tolfa di mia sorella o i vestiti dagli armadi, che nessuno indossava più. Noi siamo passati da quel contesto agli anni ’80, siamo stati “i primi consumisti” e non abbiamo mai partecipato a nulla di particolarmente significativo. Questa cosa qui è una grande nostalgia per noi, ma allo stesso tempo ha generato una generazione laica, capace di guardare a quegli eventi in una maniera diversa. Ha generato anche una cultura, una letteratura, un cinema, che non hanno bisogno di mettersi nella posizione del bianco o del nero, ma che hanno ad esempio la capacità di potersi affidare alla fantasia dell’infanzia, questi due ragazzi nel film servono a rappresentare proprio questo. L’infanzia non ha bisogno di razionalizzare, ha bisogno di tenerezza, di affetto, ha bisogno di essere inclusa. Io credo che noi siamo una generazione di “silenti educati” che ogni tanto si sente di dover chiedere permesso. Noi la storia l’abbiamo vissuta così.
Conclude Noce: La paura è un tema che questo film affronta in maniera profonda ed è forse anche uno dei motivi per il quale ho deciso di realizzarlo. Ho scelto di intraprendere un percorso “di separazione” per superare questa paura e l’ho fatto dal punto di vista dei sentimenti, delle relazioni e del dialogo; proprio perché la mia famiglia subì un abuso, non parlandone per quarant’anni. Il tema della paura in questo film è qualcosa che viaggia attraverso la drammaturgia, per poi arrivare all’esito.
Nella mia vita sono andato due volte a fare una ricerca sull’attentato. La prima volta avevo 18 anni ed è stata quella in cui ho realizzato che l’attentato era veramente accaduto, non era solo un incubo che arrivava di notte quando avevo paura che i miei non tornassero. La seconda volta che ho svolto una ricerca sull’accaduto è stata quando ho iniziato a lavorare al film e qui ho fatto un lavoro quasi da reporter: in questo modo sono riuscito quasi ad allontanarmi emotivamente dal fatto e per riuscire a raccontarlo, ne avevo bisogno.
Per quanto riguarda il titolo del film, volevo che ci fosse la parola “padre”, poi per assonanza con la preghiera abbiamo unito le due parole: “Padrenostro”. Il personaggio di Pierfrancesco è un personaggio che ha un peso anche nella sua assenza ed era importante che il titolo trasmettesse questo concetto. Che poi il film è anche una lettera aperta da un figlio ad un padre.

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