#Venezia78 – È stata la mano di Dio. Incontro con Paolo Sorrentino e il cast

Paolo Sorrentino, Toni Servillo, Luisa Ranieri e Teresa Saponangelo presentano È stata la mano di Dio, in concorso tra cronaca biografica e elemento creativo

È stata la mano di Dio è un film in cui Sorrentino condivide una storia personale. Compiuti i 50 anni lo scorso anno, al regista è parso di essere ero abbastanza grande e maturo per affrontare un film così intimo. E confessa di avere un caro amico e collega che gli diceva di non trattare mai temi personali. E di come questa sia diventata una provocazione da raccogliere. “Ad un certo punto nella vita si fanno i bilanci, Bukowski ne fece uno bellissimo, disse gli dei sono stati proprio buoni, l’amore è stato bello ed il dolore è arrivato a vagonate. Mi sono reso conto che ci era stata una grande parte di amore nella mia vita da ragazzo, anche una parte molto dolorosa, e mi è sembrato che tutto questo potesse essere declinato in un racconto cinematografico, indipendentemente dalle mie esigenze dai miei bisogni. Poteva avere una forma cinematografica e forse lo fatto adesso perché ho l’età giusta per farlo, o almeno così mi è sembrato.”

Il titolo del film, un fondo un po’ anche una filosofia di vita, è secondo Sorrentino, una bellissima frase, paradossale, perché detta da un giocatore di calcio che fa riferimento all’unica parte del corpo che non può essere usata in quel gioco, e sembra una bellissima metafora, sembra emblematico. Un titolo che è in relazione a dei poteri divini che lo stesso campione argentino sembrava possedere a detta di molti. “Il mio grande rammarico è che non possono farglielo vedere, il mio promo desiderio era mostrarlo a lui questo film. No, non sono riuscito a parlargli perché non è mai stato facile parlare con Maradona, non era un uomo accessibile. Non ho avuto modo. Che cosa uno prova quando muore una persona si chiama lutto, ed è una cosa a parte e non è esprimibile bene a parole o almeno io non sono capace insomma.

Toni Servillo con Sorrentino ha una collaborazione ormai ventennale cominciata con  L’uomo in più, e che questo particolare progetto ha avuto necessità di sviluppo più lunghe del normale, a causa di una materia estremamente delicata e fragile. “É capitato che qualche volta chiacchierando Paolo mi dicesse che avrebbe trovato la distanza giusta per raccontare questo episodio drammatico della sua vita. Quando me lo raccontava, diceva poi te lo chiederò di fare il padre, naturalmente è emozionante ricevere una proposta del genere. Però non ci ha mai chiesto di essere esattamente quello che poi è conservato nel privato della sua memoria. Ci ha dato qualche spunto. Lo spunto più bello che ha dato a Teresa e a me è quello di apparire molto innamorati, perché questo amore è esattamente quello che è finito il tempo della spensieratezza di Fabietto, ed il bagaglio che si porta quando deve camminare con le sue gambe, da solo, nella vita. Poi ci siamo divertiti con la fantasia ad immaginare che questo papà, fosse un esempio tipico di padre che viene meno al suo ruolo, lo fugge. Cerca di fuggire le responsabilità, in maniera un po’ codarda a volte, ma tutto questo finisce poi per renderlo anche molto simpatico. Diciamo che i personaggi del padre e della madre appartengono a quella fase di spensieratezza della vita che poi viene improvvisamente interrotta e costringe questo passaggio importante dalla adolescenza alla maturità. Dove Fabietto si trova di fronte ad una quantità di stimoli, di eroi che vengono dalla religione, dal calcio, dalla criminalità, dal cinema.”

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Per Teresa Saponangelo il discorso è diverso, la loro conoscenza è meno approfondita e non era mai andata molto oltre la conoscenza del valore reciproco, senza mai unire i vertici. Una scelta che rappresenta, come per Servillo, una una manifestazione d’affetto innanzitutto. “Devi per forza voler bene a quell’attore per dargli un ruolo così importante e anche se poi io ho sentito che l’affetto tra me e Paolo è cresciuto durante la lavorazione di questo film. É vero anche però che ho interpretato questa scelta come la libertà che ha questo regista di fare delle scelte che non sono convenzionali, che non sono suggerite, non sono concordate, son realmente libere. Perché era una sfida grande quella di mettermi a fianco di Toni Servillo, che lui conosceva benissimo, invece io Paolo l’avevo incontrato tanti anni prima e non ci conoscevamo proprio bene dal punto di vista professionale. Insomma io conoscevo lui e lui conosceva me attraverso delle cose, però non si aveva la certezza di quello che poteva essere il risultato. Principalmente questo.”

Per la figura di Fabietto, il suo alter ego, Sorrentino cercava un attore bravo che gli levasse l’incombenza di doverlo dirigere,  cosi da potersi dedicare a qualcos’altro, un ruolo per cui alla fine Scotti ha  facilmente sbaragliato tutta la concorrenza. Come racconta ancora il regista, intravedendolo, guardandolo ai provini, visto che lo conoscevo bene, sembrava che avesse la stessa timidezza, ed anche lo stesso senso di inadeguatezza che è più o meno in assonanza con il ragazzo che io mi ricordava di essere. “Mi sembrava lui avesse delle caratteristiche analoghe a quando io avevo 17 o 18 anni, e quindi la distanza non fosse così lontana per poter interpretare quel ruolo. Poi invece rispetto al coraggio, ritengo di essere molto pauroso nella vita ma sui film sono sempre stato, o almeno mi sembra di essere stato, abbastanza coraggioso. Qui ovviamente si richiedeva un tipo di coraggio differente. Il coraggio è stato più nello scriverlo che nel farlo. Poi nel farlo entrano in gioco quelle tipiche dinamiche della lavorazione con tante persone che hanno lavorato al film, in una dinamica del set in cui i problemi sono quotidiani, sono di ordine pratico, e tutte queste paure che avevo sono svanite nella quotidianità. Quasi del tutto svanite. Poi alcuni giorni sono riaffiorate nonostante il pragmatismo della giornata. Sono venuto qua 20 anni fa ed era l’inizio, mi piace la possibilità di avere un altro nuovo inizio. Sicuramente è un film diverso. Il primo giorno  abbiamo messo il carrello, abbiamo girato una cosa e siamo rimasti delusi, ed abbiamo capito che non potevamo fare come gli altri film, doveva essere un film semplice, essenziale, dove si faceva a meno di tutto per far parlare fondamentalmente i sentimenti e le emozioni.”

Quanto è stato doloroso immaginare quella scena e come l’hai studiata visto che eri lontano. Oltre a Fellini nel film c’è Antonio Capuano, un incontro cruciale per il futuro, con il quale Sorrentino ha iniziato a lavorare e che gli ha lasciato tanto. “Capuano è stato per me molto importante nella massa di cose che ci siamo detti, soprattutto che lui ha detto, io ero ragazzo ed ascoltavo, ma ascolterei anche adesso. Tra le tante cose contraddittorie che diceva, ne diceva una secondo me importante, cioè che non è sufficiente, c’è un equivoco di molti, l’avere un dolore, l’avere una sofferenza, sembra una specie di patente per fare un lavoro che abbia a che fare con la creazione, con la fantasia. Invece lui saggiamente diceva che non era nulla, non era un antefatto sufficiente, e questo è stato molto utile perché mi riduceva, ma è un po’ una caratteristica di Capuano quella di creare il conflitto e questo mi ha insegnato molto, io mi rendo conto che la maggior parte delle cose positive che vengono dalla creazione cinematografica hanno a che fare con il conflitto e non con una pacificazione, siano persone o cose, o idee, e questa è una cosa che mi ha trasmesso Capuano, oltre ad una vitalità che ho goffamente imitato senza mai raggiungere i suoi vertici di vitalità esasperata ed estenuante.”

In un film del genere se tu tendi a commuoverti c’è qualcuno che ti ricorda cosa c’è da fare. Dove la realtà e la fantasia devono trovare le distanze per unire la cronaca biografica e l’elemento creativo. “Un film ha delle esigenze che sono imprescindibili e non tengono conto né della mia storia né dei miei dolori e delle mie gioie. Tutto andava declinato in un racconto cinematografico ed in questa declinazione le cose a volte sono vere a volte sono false o alle volte entrambe le cose. Quello che ho pensato dovesse essere sempre vero, che non doveva essere tradito, erano i sentimenti e le emozioni che avevo provato da ragazzo durante quel tipo di accadimenti, e quei sentimenti dovevano venir fuori dal film. Ed è anche il motivo del perché il film è molto semplice dal punto di vista stilistico, perché ero esclusivamente concentrato sui sentimenti che le scene presentavano, e non ho avuto tanto tempo né voglia di dedicarmi ad altro, era la priorità.”

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