#Venezia79 – Chiara: incontro con Susanna Nicchiarelli e il cast

Susanna Nicchiarelli presenta Chiara, un film per raccontare la rivoluzionaria figura della santa, femminista del XIII secolo. Nel cast Andrea Carpenzano e Margherita Mazzucco.

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Cosmonauta (2009) vincitore del premio Controcampo; Nico, 1988 (2017), vincitore come Miglior Film della sezione Orizzonti. Susanna Nicchiarelli non è certo un volto nuovo al Lido di Venezia e la sua partecipazione in Concorso alla 79esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica porta con sé crescente curiosità e senso d’attesa per il suo ultimo lavoro, Chiara.

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Ma chi è, o chi è stata davvero Chiara? Chi era la giovane ragazza di Assisi fuggita di casa a soli diciotto anni in nome di un ideale più grande e arrivata ad opporsi finanche al Papa nel tentativo di difendere la propria lotta per la libertà?
Quesiti che sembrano poter adeguatamente riassumere la linea guida dell’incontro avvenuto nel primo pomeriggio di oggi e che ha permesso alla stampa internazionale di ascoltare le parole della regista classe 1975 e dei protagonisti dell’opera Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano oltre che dei produttori Joseph Rouschop e Marta Donzelli.

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“La contemporaneità del messaggio di Chiara è molto forte”, racconta Nicchiarelli in apertura, “perché quella di Chiara e di Francesco è una scelta politica radicale, di critica verso una società ingiusta com’era quella di allora e com’è anche quella di oggi dove la differenza tra chi ha tutto e chi niente è enorme. Chiara e Francesco si mettono dalla parte degli ultimi e scelgono la povertà, scelgono di costruire una comunità che non ha rapporti gerarchici di potere, quindi il messaggio è fortemente rivoluzionario. […] Sicuramente l’immagine di Chiara diventa anche un’immagine femminista, perché Chiara voleva fare quello che ha fatto Francesco e non le è stato permesso, per cui la sua lotta è diventata una lotta anche per i suoi diritti di donna e per le donne che raccoglieva intorno a sé.”

Due personaggi, Chiara e Francesco, che, oltre a colpire l’immaginazione della regista, hanno saputo conquistare anche i due giovani chiamati a vestire i loro panni: “io ho conosciuto Francesco perché me l’ha raccontato Susanna e mi ha stupito”, afferma Carpenzano, “perché ci sono sempre questi personaggi che ritornano nella storia, questi giovani che vogliono fare una sorta di rivoluzione portando avanti le proprie idee; provo grande rispetto per loro.”

Un rispetto, misto ad ammirazione, comune anche a Margherita Mazzucco: “Io non conoscevo bene il personaggio di Chiara, ma quando mi è arrivata la sceneggiatura l’ho divorata; la cosa che mi è piaciuta di più è il fatto che Chissà non voleva diventare una santa, ma semplicemente spogliarsi anche letteralmente della nobiltà per stare con le persone, con i poveri. È un personaggio forte, dal grande carisma, ma allo stesso tempo fragile e quindi umana.”

Una Chiara dunque difficile da raccontare, una vera e propria sfida che Susanna Nicchiarelli ha deciso di affrontare attraverso un complesso lavoro di ricerca, basato sui libri della compianta storica Chiara Frugoni (cui è dedicata l’opera) e a un attento studio dell’iconografia, necessaria a sviluppare uno sguardo consapevole sugli usi e costumi dell’epoca indagata. Una sfida che la regista ha saputo e potuto cogliere anche grazie al sostegno della produzione che, attraverso le parole di Marta Donzelli, sottolinea la fiducia in una cineasta che attraverso tre film differenti (Nico, Miss Marx e ora Chiara) “torna indietro nel tempo fino al medioevo per continuare a raccontare lo stesso tema, cioè la complessità per le donne nella storia di essere ciò che volevano essere”.

Una vera e propria poetica autoriale che, all’interno di Chiara, passa anche attraverso il polilinguismo (italiano volgare ricostruito, francese medievale e latino), e alla bellezza di canto e danza: “Tenevo molto al fatto che gli attori a un certo punto sì mettessero a ballare e cantare perché per me è una sorta di Jesus Christ Superstar; volevo raccontare quella gioia del francescanesimo, quella religiosità vitale”. 

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