#Venezia79 – Kristos, l’ultimo bambino. Intervista alla regista Giulia Amati

La regista ci ha raccontato in esclusiva la genesi e l’esperienza del suo ultimo film “Kristos, l’ultimo bambino”, presentato alla Mostra di Venezia 79 all’interno delle Giornate degli Autori

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“La tua isoletta è qua, non scappa”

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A volte capita di imbattersi in alcune storie che raccontano molto più di quanto possa sembrare in un primo momento. Quando ciò accade nella vita reale non è sempre facile riuscire a riconoscere e cogliere l’occasione al volo e soprattutto perseguire ostinatamente la propria visione. Nel suo ultimo film da regista, presentato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori, Giulia Amati racconta la storia di Kristos, l’ultimo bambino. Kristos è l’unico studente rimasto nella piccola scuola elementare di Arki, un’isola di soli trenta abitanti nell’arcipelago greco del Dodecaneso. Per terminare la scuola dell’obbligo il bambino dovrebbe lasciare Arki e trasferirsi in un’isola più grande, lasciandosi alle spalle la famiglia, la sua terra e tutto ciò che aveva conosciuto sino a quel momento.

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Partendo dalla genesi di questo progetto: come sei entrata in contatto con la storia di Kristos e cosa ti ha spinto a raccontarla in un film?

Questo film ha radici profonde che partono dalla mia infanzia. Mio padre era un appassionato marinaio e ogni anno navigavamo nel mar Egeo. Arki divenne presto la mia isola del cuore e quando mio padre è morto ho sentito di doverci tornare. Mi sono emozionata nell’apprendere che era rimasto solo un bambino, l’unico studente della piccola scuola elementare dell’isola, così ho capito di dover raccontare questa storia. Ho da subito capito che la storia di Kristos aveva un grande potenziale, una sorta di parabola universale in cui un piccolo individuo si trova a vivere una condizione unica al giorno d’oggi. Solo senza poter socializzare ed entrare in relazione con nessun bambino della sua stessa età, ma circondato da decine di animali con cui stringere un rapporto primigenio. Parliamo di un luogo conosciuto soprattutto per il turismo, una sorta di paradiso terrestre in cui poter staccare la spina l’estate. Io ho voluto raccontare un lato diverso di quell’arcipelago, un microcosmo a suo modo unico e senza tempo, per questo ho cercato di evitare di definire temporalmente Arki, in modo da rendere la storia una parabola universale.

Il personaggio di Kristos compie un percorso di crescita molto importante nel film, passando per scelte difficili e anche dolorose.

Il mio proposito è sempre stato quello di seguire Kristos nel suo ultimo anno di scuola elementare, un momento complicato per chiunque di noi, ma ancora di più per un ragazzo che si trova in quella situazione, in bilico tra il lavoro da pastore del padre e quello così stimolante della scuola. Kristos vive in in un’isola immobile e senza tempo, lontana dalla civiltà che noi conosciamo, un luogo per noi impensabile ma per lui è tutto ciò che ha sempre conosciuto. Non è facile decidere di lasciare tutto alle spalle e allontanarsi da tutto ciò che si conosce per spingersi verso l’ignoto. In questo senso quella di Kristos è una storia di coming of age, un momento che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita.

La sensazione vedendo il film è che la camera sia pressoché invisibile per gli interpreti. Come sei riuscita ad inserirti in una comunità così piccola e che metodo hai utilizzato?

L’unico metodo che conosco è il tempo. Trascorrere tanto tempo con le persone che vuoi raccontare, conquistare la loro fiducia ed entrare in intimità. Solo in questo modo si può diventare invisibili ed iniziare ad accendere la camera. Stabilire un rapporto con i soggetti dei miei film è fondamentale, ci vuole assoluto rispetto perché è della loro esistenza che si sta parlando. A volte è facile cadere nella nostra narcisistica visione di artista ma deve essere inclusiva, le persone si devono riconoscere in quelle immagini. Quando ho conosciuto Kristos e la maestra Maria ho capito che questo film si poteva fare dal modo in cui si sono impegnati nel progetto. Lavorare con loro è stato un piacere ed ho stabilito un rapporto di rispetto e amicizia che dura ancora oggi.

Quanto sono durate le riprese e come era composta la troupe?

Le riprese sono durate un intero anno, sono stata ad Arki ogni mese dal settembre 2020 al settembre 2021. La troupe era composta da 4 persone me compresa, in un’isola di 30 abitanti, praticamente eravamo un ottavo della popolazione in quei giorni. Ovviamente è stato complicato integrarci nella comunità, soprattutto perché la nostra sola presenza in qualche modo contaminava e alterava l’intero ambiente dell’isola. C’è voluto molto tempo e lavoro ma secondo la mia esperienza è l’unico modo per ottenere un risultato reale.

Dato il tema, l’ambientazione e l’immagine così potente del padre di Kristos non si può non pensare a un’influenza di Padre padrone di Paolo e Vittorio Taviani. 

Per me sarebbe un onore anche solo esserne accostata. Il capolavoro dei Taviani è sempre stato al primo posto della nostra filmografia di riferimento. Si tratta di un film fondamentale per me e che ancora mi commuove moltissimo a distanza di anni. Sicuramente è stato di grande ispirazione riguardo la relazione padre/figlio, anche se con significati molto diversi, ma ancora di più per il lavoro sulla dialettica e sul rapporto simbiotico con la natura e gli animali.

Un altro personaggio fondamentale per la crescita di Kristos è la maestra Maria, l’unico vero legame del bambino con l’esterno, sia fisico che culturale.

Si certamente Maria è l’unica persona che in qualche modo riesce a proiettare Kristos al di fuori della piccola sfera dell’isola. I testi che leggono, le lingue che imparano insieme, le videochiamate con altre maestre fuori dall’isola, sono tutte occasioni in cui Maria mostra a Kristos che il mondo non finisce ad Arki. Non è un caso che sarà proprio lei ad accompagnarlo fuori dall’isola la prima volta.

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