#Venezia79 – Sopravvivenza e Arte nel XXI secolo

Un commento al programma annunciato questa mattina dal direttore Barbera. Un festival che nei suoi tentativi di proposta e sopravvivenza è forse la più lucida immagine del XXI secolo.

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Leggiamo giudizi contrastanti, alcuni entusiasmi, qualche intervento infuriato. Vediamo. La prima cosa che forse dovremmo chiederci noi “critici” è che cosa chiediamo a un festival di cinema. O meglio, che cosa chiediamo a una Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica OGGI. Da tempo il cinema, lo sappiamo, non è più il centro del mondo delle immagini, né delle storie o delle proiezioni desideranti delle giovani generazioni. Ci sono bambini di dieci anni che hanno visto la sala cinematografica due, tre volte in tutta la loro vita per dire. E, quindi, di che cosa stiamo parlando? Che dovrebbe fare un festival come Venezia, rifondare un immaginario? Far vedere bei film? Puntare maggiormente sulla ricerca? Fornire una fotografia dei tempi che corrono?

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Ecco a me personalmente interessa l’ultima ipotesi, ma la questione è aperta e immagino che molti addetti ai lavori, comprese alcune firme illustri di Sentieri selvaggi, potrebbero non essere d’accordo. Quando stamattina il direttore Alberto Barbera nel presentare il programma della 79esima edizione esordisce dicendo che “le mostre non si producono all’interno di una bolla chiusa alla realtà contemporanea” porta la questione apertamente dalla parte di un’idea di festival come finestra aperta sul mondo. E quindi non troppo vicina all’immagine intellettuale e onanistica di un cinema che “pensa” il cinema. A fronte di un’idea così “mondializzata” stupisce vedere, soprattutto nel concorso ufficiale, una mappatura geografica così ristretta: cinque film francesi, altrettanti titoli diretti da cineasti italiani di cui uno – Bones and All di Luca Guadagnino – di produzione statunitense. Tanta, tantissima America. Tanta, tantissima Netflix. Ben quattro film iraniani selezionati (tra cui l’ultimo clandestino di Jafar Panahi) tra Concorso, Fuori concorso e Orizzonti, ma quasi totale assenza del sud-est asiatico (c’è Lav Diaz Fuori Concorso). Nessun film russo. Il documentario sulla guerra in Ucraina Freedom on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom nella sezione Non fiction.

È possibile che la profonda e per molti addetti ai lavori controversa resilienza barberiana pre e post pandemia, contraddistinta dall’apertura alle piattaforme streaming, alle serie televisive e alle produzioni americane timbrate Academy Award sia forse arrivata a un punto di non ritorno. Ma Venezia ha sempre giocato, nell’Italia degli ultimi dieci anni, una partita quasi impossibile di sopravvivenza all’interno di un sistema cinematografico nazionale incenerito dalle trasformazioni antropologiche e dall’assenza di politiche culturali.

Sono tempi difficili per la sale cinematografiche. Tempi difficili per operatori culturali e gli autori più radicali. Tempi di rivoluzione e trasformazione diceva Paul Schrader qualche anno fa in questo magnifico video. Proprio Schrader che la Mostra in questa edizione ha giustamente deciso di celebrare con il Leone d’oro alla carriera e la programmazione dell’ultimo Master Gardener. Intanto potremmo risolverla in questo modo: se Cannes nelle sue inossidabili sicurezze autoriali, strutturali e organizzative è ancora, forse, il “manifesto” migliore di un certo tipo di Cinema, Venezia nei suoi tentativi di proposta e “sopravvivenza” è l’immagine lucida del XXI secolo. A questo punto è il caso di chiederci se ci spaventa di più il cinema che temiamo di perdere o il mondo che abbiamo paura di vivere.

Scopri il programma

 

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