#Venezia79 – Trois nuits par semaine. Intervista al regista Florent Gouëlou

Abbiamo incontrato il regista francese in occasione del passaggio veneziano del suo film d’esordio, apertura della Settimana della Critica 2022. Ecco cosa ci ha raccontato

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Abbiamo incontrato il regista francese Florent Gouëlou in occasione del passaggio veneziano di Trois nuits par semaine, film di apertura della Settimana Internazionale della Critica.

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Come e in che modo la tua esperienza come drag queen ha contribuito alla stesura del film? Non temevi di essere troppo coinvolto all’interno della comunità per mantenere uno sguardo esterno rispetto alla storia? In questo senso ti ha aiutato scrivere il film insieme a Raphaëlle Valbrune-Desplechin?

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Ho cercato di ricordare le mie prime emozioni, ho provato a fare in modo che il film fosse davvero accessibile per qualcuno di esterno alla comunità. Credo che senza dubbio la mia parte drag abbia raccontato quello che conosceva, tutti i dettagli di come si possono avere degli abiti magnifici tenuti insieme con lo scotch, ma è una cosa estremamente gioiosa mescolare questi aspetti. E questa è la mia parte queen. Dall’altra parte sono un regista e questo mi ha permesso di estraniarmi per ritrovare il punto di vista di qualcuno che non conosce questo mondo. Una delle scene che ha ispirato il film è quella della svestizione. La prima volta che ho visto una queen passare dal suo personaggio al ragazzo che ci sta dietro ha ispirato tutto il film. Io avevo lavorato ad un’altra versione della sceneggiatura prima di collaborare con Raphaëlle, che era molto più lunga, parlava più dei problemi dei trentenni. Lei è più radicale, ha fatto delle analisi scena per scena delle sequenze, mi ha dato dei consigli essenziali, soprattutto sull’impatto sociale, sul fare un film che non fosse solo sognante ma anche eroico.

Tutte le drag queen che compaiono nel film sono reali, compresa la stessa Cookie. Come avete deciso insieme a Romain Eck quali aspetti reali utilizzare nel film e quali invece inventare appositamente per il personaggio di Quentin?

Dietro al rapporto con le queen c’è un patto, non volevo esporre gli attori, non solo Cookie ma anche Jerry, che esistono al di fuori. E tutti gli attori, tutte le drag queen, hanno avuto fiducia e hanno accettato di recitare dei personaggi immaginari. La mia responsabilità in quanto regista è di proteggerli e di non rubare loro qualcosa. Perciò sono stato molto attento a dare loro sicurezza e non rivelare delle cose intime che non volevano che fossero dette. Quindi alla fine la maggior parte delle cose sono fittizie, quasi tutto è fittizio. Ciò che non lo è il loro drag e l’estetica dei loro drag. Ho lavorato con tutta l’équipe, costumisti, truccatori, scenografi, per costruire un universo visivo coerente e successivamente all’interno di questo le queen curavano il loro make up da sole insieme alle loro make up artist. Questo è stato il loro spazio di creatività su cui io non sono intervenuto. Ma per quanto riguarda il resto ho deciso tutto io in fase di scrittura e tutti hanno recitato dei ruoli, ma senza che fosse destabilizzante per le queen accettare di essere completamente al servizio del film, perché hanno creato i personaggi prima del film.

Quindi le scene degli spettacoli, le performance e il contest sono costruiti appositamente per il film?

Sì. Molte scene le abbiamo costruite insieme. Per esempio per la scena di danza prima del litigio io ho messo la musica e ho detto loro di proporre dei movimenti e alla fine abbiamo fatto la coreografia lavorando collettivamente. Per la scena in cui Baptiste e Cookie ballano ho lasciato che creassero da soli la loro coreografia, li dirigevo soltanto dicendo cosa andava e cosa no, ma è stata costruita sulle loro proposte.

Al giorno d’oggi il corpo è tornato ad essere uno strumento politico, non più solo per i movimenti femministi ma anche per la comunità LGBT attraverso corpi non conformi, non binari, gender fluid. Allo stesso modo il corpo è centrale anche nel tuo film. Possiamo dire quindi che Trois nuits par semaine è un film politico?

Assolutamente sì. Ero molto consapevole di questa responsabilità in quanto regista e produttore d’immagini. Come dicevo prima, i personaggi non dovevano essere strumentalizzati dunque sapevo che avrei avuto pochi personaggi femminili. Era importante che il personaggio transgender fosse interpretato da una persona transgender ed ero anche molto cosciente della dimensione politica del film. Il mio intento era di trasmettere il messaggio che ciascuno ha il proprio posto e possiamo coabitare insieme nelle differenze. Il mio obiettivo primario era di fare un film politico e gioioso, volevo essere inclusivo, volevo che i nostri genitori, le nostre famiglie che non sono membri della comunità LGBT vedessero il film con piacere e allo stesso tempo che gli interessati si riconoscessero.

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