Venga a prendere il caffè da noi, di Alberto Lattuada

Dal romanzo di Piero Chiara, mostra in maniera magistrale il paradosso di una società italiana infantile e viziata. Con un gigantesco Tognazzi. Stasera, ore 21, Sky Classics

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Alberto Lattuada incontra la elegante ironia di Piero Chiara e del suo romanzo La spartizione (1964) in Venga a prendere il caffè da noi. L’unico attore capace di cogliere al volo le atmosfere decadenti borghesi dello scrittore lombardo non poteva che essere Ugo Tognazzi che qui impersona Emerenziano Paronzini, un funzionario dell’agenzia delle entrate che riassume tutti i vizi e le debolezze del piccolo borghese italiano.

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Il sonno della provincia lombarda (siamo a Luino nel Varesotto) genera i nuovi mostri di inizio anni 70; oltre al ragioniere con la gamba un po’ “sifolina”, abbiamo tre sorelle zitelle con ricca dote e dai nomi dannunziani: c’è la gigantesca Tarsilla (Francesca Romana Coluzzi) soprannominata “le più belle cosce di Luino”, la isterica Camilla (Milena Vukotic) che passa il tempo a suonare l’arpa e la maggiore Fortunata (Angela Goodwin che rivedremo in Amici miei come moglie del Perozzi) che ha l’utero a chiocciola e una lunga chioma di capelli che non taglia da vent’anni. In questo microcosmo femminile denso di ormoni e repressioni piomba come un avvoltoio in caccia di dote lo zoppo Emerenziano che stravolge la ipocrita atmosfera perbenista tutta casa e chiesa.

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Tognazzi giganteggia con una recitazione curatissima nei particolari che esalta i tic e le nevrosi del personaggio: la cura dei baffettini, il lavoro di pulizia con lo stuzzicadenti durante il pranzo, il caffè bevuto dal piattino, il vino utilizzato come colluttorio, la dichiarazione d’amore circondato da salsicce. La bibbia dell’impiegato Paronzini è il libro di Paolo Mantegazza Filosofia del piacere: caldo carezze e comodità sono le tre C dell’uomo moderno e il fine ultimo è il piacere e dare piacere. In un ambiente provinciale bigotto dove si spettegola su tutto e su tutti, in cui il sesso è argomento tabù da spiare nelle illustrazioni dei libri di storia dell’arte o nei diari di De Sade, la dimora delle sorelle Tettamanzi diventa un pentola ad alta pressione erotica. La scoperta del sesso coinvolge prima Tarsilla che si scatena facendo l’amore con il dongiovanni Paolino (Jean-Jacques Fourgeaud), poi Fortunata che lamenta una cistite da luna di miele (il medico Raggi interpretato da Alberto Lattuada consiglia un riposo di almeno 3 settimane!) e infine Camilla che si lascia travolgere dalla tentazione peccaminosa dopo una crisi isterica sul vasino da notte. La stessa cameriera Caterina (Valentine), influenzata da tanto bollore viscerale, lascia cadere i freni inibitori sollevando un po’ di più la gonna e passando la lingua ai lati delle labbra.

Ma accanto alle connotazioni boccaccesche che negli anni successivi daranno origine al filone sexy all’italiana (c’è una scena sulla scala riproposta fedelmente da Salvatore Samperi in Malizia), Alberto Lattuada inserisce la critica sociale del romanzo di Piero Chiara (qui presente in un piccolo cameo nella parte del ragionier Pozzi) su un paese immaturo, godereccio, nel quale il fine becero giustifica i mezzi squallidi. La genitalizzazione è ben rappresentata dall’orchidea vaginalis che spicca in bella mostra nella serra del defunto patriarca Tettamanzi. La satira risulta evidente nella scena in cui Tarsilla viene scoperta da Don Casimiro (Antonio Piovanelli) nell’ennesimo congresso carnale all’interno del confessionale e nella paradossale fuga del playboy Paolino che viene arrestato in Svizzera per avere esclamato “paese di merda!” ovviamente rivolto all’Italia.

Accompagnato dal commento musicale di Fred Bongusto, sceneggiato dal regista insieme a Piero Chiara Tullio Kezich e Adriano Baracco, Venga a prendere il caffè da noi rappresenta in maniera magistrale il paradosso di una società italiana infantile e viziata che continua a guardare il proprio ventre molle senza accorgersi di precipitare nel ridicolo. Ridicolo che ha la sua apoteosi quando Tognazzi, nel ricordare a cena gli avvenimenti del fronte greco-albanese, esclama una delle più belle battute della sua carriera: “Dovevamo spezzare le reni alla Grecia, ma hanno rotto il culo a me!”.

 

Regia: Alberto Lattuada

Interpreti: Ugo Tognazzi, Francesca Romana Coluzzi, Milena Vukotic, Angela Goodwin, Jean-Jacques Fourgeaud, Valentine, Checco Rissone, Antonio Piovanelli

Durata: 113′

Origine: Italia 1970

Stasera, ore 21, Sky Classics

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