Vengeance, di B. J. Novak

Rischia il paternalismo ma non si può non provare simpatia per un thriller che riflette sui lati oscuri d’America con una lucidità e senza fare prigionieri, come se volesse chiarirli tutto da solo

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La prima scena di Vengeance è un dialogo tra Dan, giornalista del New Yorker e protagonista del film ed il suo amico John. Rilassati su un rooftop newyorchese, i due discutono della libertà di scelta concessa da un presente privo di certezze. Tra scambi di battute sagaci, atmosfera artsy e una non scontata cura della messa in scena, il prologo di Vengeance pare preparare il terreno di un thriller dal passo hipster, a maggior ragione che l’interlocutore di Dan (B.J. Novak, regista e sceneggiatore del film) è il chitarrista John Mayer, emblema di certa, smaccata, coolness.

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Ma B.J. Novak si muove con la furbizia di quella comedy da cui proviene, gioca con lo spettatore, gli lancia continuamente esche solo per spiazzarlo un attimo dopo.

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Così Vengeance parte con un dialogo in bilico tra Tarantino e Ritchie ma subito dopo scarta e pare divenire un noir allucinato come quelli di Martin McDonagh. Perché Dan, una notte, viene svegliato dalla chiamata di Tye, un texano che lo informa che la sua ragazza è stata uccisa. Dan, però, non ha mai avuto una ragazza in Texas, al massimo, sarà stata la storia di una notte. L’uomo, però decide di stare al gioco, di aiutare la famiglia a scoprire il colpevole e di raccontare le indagini in un podcast, convinto che la storia dell’omicidio e della vendetta siano alibi che i famigliari si raccontano per sopportare la tragedia di una morte atroce ma dovuta alla fatalità di un’overdose.

Eppure viene da chiedersi se l’elemento della detection interessi davvero a Novak, che si brucia, svelandone i presupposti, la promettente linea concettuale del racconto fin dall’inizio e che riprende le fila dell’indagine solo nell’ultimo atto, pur se con un’appassionante colpo di coda.

Prima, gli elementi del thriller sono disseminati quasi distrattamente in un racconto che in realtà vuole essere sopratutto un saggio tra l’antropologico ed il satirico sul Texas contemporaneo, sul suo rapporto con il resto d’America oltreché sul malcelato estremismo ideologico che lo hanno reso una delle culle del Trumpismo.

Vengeance

 

Quello di B.J Novak è un passo volutamente caotico, ma inaspettatamente maturo e consapevole degli spazi in cui si muove. Perché l’umorismo di Vengeance è un’entità in evoluzione. Parte lanciandosi contro i cliché del Texas con l’immediatezza dei meme, poi costeggia quasi le traiettorie straniate di Montesquieu ed infine muta nel raffinato umorismo da Saturday Night Live.

È, in effetti, un riso sempre più complice, empatico, con le sue vittime, di cui il racconto svela lentamente la genuinità, la correttezza, più interessato a spogliare Dan del suo ingombrante classismo e a porsi come un grimaldello nei confronti di una ‘questione texana’ che va ben al di là dei post sulle pagine di QAnon.

Come l’affascinante protagonista che si è cucito addosso, sgradevole, ambiguo, a tratti condiscendente nei confronti dei suoi interlocutori ma complesso, umanissimo, sempre più coinvolto in quella comunità di outsiders, anche lo sguardo del B.J. Novak regista matura fino a trasformare il film in un aggressivo ‘j’accuse’ che non risparmia nessuno. Nè la politica statale texana, che ha tolto ogni prospettiva di miglioramento ai comuni cittadini, né gli illuminati Democratici del Nord, di cui lo stesso Novak fa parte, che non hanno fatto nulla per permettere al Texas di stare al passo.

È evidente tuttavia che il film, a tratti non abbia la struttura muscolare per lanciarsi in una filippica così ambiziosa, rallentato dai limiti di molti esordi, dai ragionamenti ricorsivi, da linee narrative della cui tenuta la scrittura vuole costantemente sincerarsi. A soffrirne non è tanto la struttura del racconto (grezza, rigida, ma tutto sommato godibile), quanto lo spazio argomentativo di Novak, che spesso rischia di rendere il suo film un pamphlet militante ma paternalista.

Eppure non si può guardare con simpatia a Vengeance e alla grinta risoluta con cui affronta un problema centrale del presente. Perché da Revenge trapela un entusiasmo quasi Donchisciottesco, quello dell’esordiente che vuole curare i mali del mondo a ogni costo. Non è detto che B.J. Novak riuscirà nei suoi intenti, ovvio, ma l’affetto che rivolge ai suoi personaggi e alla sua storia, oltreché la scelta, non scontata, di confrontarsi pienamente con certe ambiguità della sua stessa forma mentis sono innegabili e forse sarà ciò che sopravvivrà anche se lo slancio di Vengeance finirà nel vuoto.

 

Titolo originale: id.
Regia: B.J. Novak
Interpreti: B.J. Novak, Boyd Holbrook, Ashton Kutcher, Dove Cameron, Issa Rae, John Mayer
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 107′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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