Venom, di Ruben Fleischer

Dal 2007 di Spider-man 3 al 2018 di Venom, l’industria del cinecomic ha subito una mutazione certamente mostruosa, assorbendo del tutto il simbionte delle derive autoriali per diventare una bestia potenziata mai vista prima dalle parti di Hollywood (con annessa estenuante girandola di diritti, concessioni, universi incrociati ecc ecc).
Il Venom di Sam Raimi era l’anima oscura ed epica (il finale tra i rintocchi di campana…) di Peter Parker in un film dolente e liberissimo, lo smacco più grande del regista de La casa ai meccanismi degli Studios (Sentieri Selvaggi gli dedicò uno storico speciale). Quello di Ruben Zombieland Fleischer, molto più modestamente, rinuncia invece sin da subito a qualsiasi sguardo nell’abisso-che-guarda-in-te, e a qualunque riflessione sul doppio malvagio che abita in Eddie Brock come in ognuno di noi (la volontà di staccare le teste degli altri che ti prende ogni tanto…), per risolvere velocemente il rischio di rigetto tra il parassita malvagio e l’essere umano, e dare il via ad una giostra moderatamente su di giri degna quasi di un Mark Steven Johnson d’annata, con qualche zero in più di budget.

Tom Hardy resta così sostanzialmente inutilizzato nelle sue qualità d’interprete insieme fisico e potentemente introspettivo (era l’attore giusto per una lettura, qui giusto abbozzata, del legame omosessuale tra Venom e Brock, tra paura del contagio e ripetute allusioni anali), spesso in evidente imbarazzo nelle sequenze più apertamente grottesche del film, dove sconfortato gli tocca imbastire sketch sui disastri causati dalla voce che sente nella testa e che lo confonde con ordini di inaudita crudeltà, davvero come un Birdman hard rock interpretato da Nicolas Cage.
Se il fumetto di Michelinie/McFarlane è in sostanza un trattato sulla schizofrenia, il Venom di Fleischer si aggira per le strade di una San Francisco resa dalla solita, livida, fotografia al neon di Matthew Libatique indeciso tra una (straordinaria) gag in ristorante di lusso in cui Brock finisce a immergersi nella vasca delle aragoste per trovare refrigerio e fare uno spuntino, e un lungo, non proprio memorabile, inseguimento con motocicletta posseduta dal simbionte.
E’ tutto talmente generico, come la colonna sonora tra schitarrate di blues elettrico e ritmi hip-hop, che ad un certo punto bisogna tirare fuori un mega-cattivo (si tratta di Riot, per gli appassionati) circa dieci minuti prima dello scontro finale (girato con modalità a tableaux vivants in stile Deadpool). A farne le spese sono soprattutto i personaggi di contorno, da Michelle Williams che ha in viso costante un’impressione decisamente confusa (e che per un attimo lascia intravedere il suo doppio She-Venom, lo scrivo sempre per gli appassionati), a Riz Ahmed a cui tocca il ruolo di uno degli antagonisti più binariamente old school visti negli ultimi anni.

Siamo chiaramente dalle parti della prima avventura approntata per testare la reazione del pubblico (anche all’abituale apparizione a sorpresa piazzata sui titoli di coda), tenuta a freno con la scusante dell’omaggio esplicito ai film di supereroi in stile nineties (operazione che riesce infinitamente meglio alle serie Marvel su Netflix, per dire).
La pazzesca sequenza del cartone sull’Uomo Ragno di Miles Morales, Into the Spider-Verse, in uscita a dicembre, che compare alla fine dei credits diventa così probabilmente l’istante più visivamente inventivo ed emozionante dell’intera visione.

Titolo originale: id.
Regia: Ruben Fleischer
Interpreti: Tom Hardy, Michelle Williams, Woody Harrelson, Jenny Slate, Riz Ahmed, Michelle Lee, Reid Scott, Scott Haze, Sam Medina
Distribuzione: Warner
Durata: 112′
Origine: USA, 2018