“Venuto al mondo”, di Sergio Castellitto

Nel titolo internazionale del film scompare del tutto la parola “mondo” e il riferimento è interamente spostato sulla questione della nascita: twice born, rinato, nato due volte. E non ci pare una coincidenza casuale: la sparizione del mondo ci sembra anzi una delle direttive forti dell’ultimo cinema italiano, tra film che la operano consapevolmente (restiamo sempre e solo Io e te) e altri invece che sembrano subirla nonostante i faticosi sforzi per raccontare proprio la “situazione”, la “Storia”.

Castellitto fa un film che non funziona davvero mai, votato ad un abuso del primo piano sulle performance attoriali “esplose” e a un’ottica della scena madre ciclica e perenne che tenta di fornire una sorta di gonfia impalcatura cinematografica di sostegno all’ingolfata letterarietà dei dialoghi (ogni personaggio ha inesorabilmente un lungo racconto-flashback da fare, da svelare, anche nel breve tragitto di una navata di chiesa da attraversare per portare la figlia all'altare). Un film che lavora di recupero di scarti di immaginario subito riconoscibili e dichiarati (la figura di Emile Hirsch non può che rimandare al suo ruolo in Into the wild sin dalla sua prima apparizione, giusto per fare un esempio) e che tenta di ricontestualizzarli in maniera particolarmente grossolana (l’utilizzo di Kurt Cobain e della musica dei Nirvana anche in quella specie di ralenti alla Zabriskie Point di interni di appartamenti che esplodono al posto di That axe Eugene, con Hirsch che apertamente dichiara di non voler ascoltare i Pink Floyd…). Una sfida anche audace ed ambiziosa dal punto di vista della narrazione e degli elementi messi in campo (la ricostruzione d’epoca, il cast internazionale, una regia con ogni evidenza dai grossi mezzi espressivi, proprio nel senso di set, di macchine) ma che a Castellitto non riesce, sino ad uno svelamento finale particolarmente imperdonabile, francamente indifendibile.

Però questo giochetto anche un po’ scorretto della Mazzantini tra intimo politicoprivato e pubblico, questa greve vicenda di legami familiari, filiali, sentimentali e verità nascoste un po' isabelallendiana sullo sfondo della guerra serbo-bosniaca dei primi anni ’90, si pone davvero come emblema ultimo – e più abissale – di un generale, per quanto probabilmente in larga misura inconsapevole, rifiuto della Storia che pare aver colpito i nostri autori. Sarebbe infatti estremamente facile rivolgere a Castellitto la stessa stupida accusa piovuta ad esempio a Venezia su Bella Addormentata del suo ex-mentore Marco Bellocchio riguardo al caso Englaro, e cioè che in tutto Venuto al Mondo è obiettivamente impossibile riuscire a capire qualcosa della battaglia di Sarajevo, di che cosa stesse succedendo nel Paese, di chi si andava ammazzando a vicenda e perché. Ma davvero non è questo il punto: la questione è che Castellitto ci dice apertamente che a lui e alla sua storia di quale fosse lo sfondo, il contesto, la situazione dell’epoca che racconta, sul serio non gliene frega nulla. E il bello è che forse non ha nemmeno torto (al cinema, questo è chiaro), e di sicuro non è il solo a pensarla così, se per un attimo torniamo alle orde senza volto di zombie con casco e catena che assediavano gli sbirri violenti-ma-con-un-cuore di Acab di Sollima (“come si chiamava la scuola di Genova?” è chiaramente la battuta-chiave di questo intero ragionamento), oppure all’ossessione per il punto di vista corale e dunque alla fine del tutto dissolto che finisce per disinnescare buona parte di Diaz di Vicari (che infatti funziona in altri momenti), giusto per restare alle nostre ultime due pellicole “d’assalto”.

Un rifiuto di venire al mondo, appunto, o del mondo di venire al cinema (italiano) che non può che avere un singulto originario, un primo vagito, nella crisi di Michel Piccoli in Habemus Papam, nella sua paura di mostrarsi e allo stesso tempo di guardare fuori dalla finestra. Ultimamente due momenti di sospensione, due brevi camminate per Roma son sembrate recuperare in qualche modo lo spaesamento onirico del film di Moretti: da un lato, l'ardita sequenza con Placido in pigiama che attraversa indenne e imbambolato gli scontri in piazza tra poliziotti e manifestanti nel sorprendente Viva l'Italia di Massimiliano Bruno; dall'altro, il meraviglioso momento in cui Marinelli costringe la città a zittirsi e immobilizzarsi al passaggio della compagna fiaccata dall'operazione, nel bellissimo Tutti i santi giorni di Virzì. Non a caso due film che poi non riescono ad andare a segno proprio nelle ambizioni di satira, di resa grottesca della realtà, di presa in giro macchiettistica del presente (qui andrebbe citato anche il grosso tonfo che fa il fragile film della Comencini Un giorno speciale proprio nel voler a tutti i costi esplicitare la propria natura di pamphlet nelle sequenze conclusive), ma che poi si trasformano in potente cinema di struggente intensità proprio quando decidono di avvilupparsi in una intimità privata che racconta gesti, aperture, dolori, contatti e lacrime tra i corpi, le mani, i cuori.
E' proprio qui che falliscono Castellitto & Mazzantini, nel convincerci che un solo sorriso può mettere fine alla guerra, che è una verità sacrosanta e anche bella a cui aggrapparsi ma a cui il loro film non riesce davvero a farci credere mai.

Regia: Sergio Castellitto
Interpeti: Penélope Cruz, Emile Hirsch, Sergio Castellitto, Adnan Haskovi?, Pietro Castellitto, Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Jane Birkin, Mira Furlan, Jovan Divjak
Origine: Italia, Spagna, Croazia 2012
Distribuzione: Medusa Film
Durata: 132’