Vera, di Tizza Covi e Rainer Frimmel

Vera Gemma, la figlia del grande Giuliano, è la protagonista di questo piccolo, delicato film UFO, in cui l’invenzione scopre il lato nascosto delle cose. In Orizzonti a Venezia79

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A chi ha cercato la maniera/ E non l’ha trovata mai/ Alla faccia che ho stasera/ Dedicato a chi ha paura/ E a chi sta nei guai/ Dedicato ai cattivi/ Che poi così cattivi/ Non sono mai

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Nei titoli di testa parte Dedicato, la canzone di Loredana Berté scritta da Ivano Fossati. E le parole sembrano perfette per raccontare Vera Gemma, la figlia del grande Giuliano, su cui Tizza Covi e Rainer Frimmel tessono questo piccolo, delicato film UFO. Una sensazione di dolce stanchezza, di tenera disperazione. Ma anche di incrollabile resistenza, al di là di tutto. di autoironia stoica, vivissima.

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Già l’incipit è straordinario. La protagonista si avvia verso un locale, seguita dalla macchina da presa, in un pedinamento che sembra stare a metà tra il documentario e certo cinema americano anni ’70/’80. Là davanti, una cantante – Arisa, per inciso – sta facendo delle foto con alcuni fan. Poi saluta tutti e se ne va. E Vera prende il suo posto, si mette in posa per i fotografi e si concede pochi istanti di glamour. Per poi rituffarsi nel buio delle cose, fino al termine della notte. C’è già tutto. Il desiderio di occupare uno spazio in primo piano e la netta percezione di essere sempre e comunque tangenziali. La vertigine di una continua oscillazione tra il desiderio e la disillusione. Ma anche la fortuna di poter tornare a un piano di realtà, alla terra, pur con tutte le sue desolazioni. Là dove si prosciuga quell’aria umida, eccitante ma appiccicosa, che circonda le luci della ribalta. È solo rugiada

Inseguendo il personaggio di Vera Gemma, tra i piani scivolosi, mai perfettamente comprensibili, della verità e dell’immaginazione, Tizza Covi e Rainer Frimmel raccontano la fatica della costruzione di un’identità, oltre le eredità sperperate, il debito dei legami, i grovigli da psicoanalisi, oltre la gente intorno, quella “che come un gufo vuole guardare”, sfruttare e giudicare. E c’è un che di meravigliosamente naïf nel modo in cui i due registi sparigliano le carte, costruiscono o mandano in frantumi la messinscena, in tutti quei momenti in cui la scrittura si fa più decisa e invasiva. Come nelle esilaranti scene con il fidanzato Gennaro, improbabile aspirante regista che vuole fare un film con Monica Bellucci. O in tutti i quadretti familiari nella periferia di San Basilio, con il fantastico  ragazzino che stabilisce con Vera l’unico legame autentico, il padre truffatore e la nonna di borgata. Fino all’esplicita dichiarazione della scena in cui la protagonista e l’amica Asia Argento vanno al cimitero acattolico di Roma, a visitare la tomba del figlio di Goethe.

Perché è tutto un lasciarsi andare alla sgrammaticatura, al movimento incerto dell’obiettivo, al montaggio più elementare. Quasi a voler riportare il cinema all’umiltà di un grado zero, dove tutto è tentativo. Dove il gesto risponde allo slancio di una purezza amatoriale, da “pivellini”, alla libertà di quel momento in cui l’amore non è ancora stato sporcato dal mestiere, imbrigliato dall’obbligo della professionalità. Il che sembra quasi in contraddizione con la precisione l’etica di quegli istanti in cui lo sguardo è più incline a restare sul reale. O con la consapevolezza profonda dell’operazione, delle scelte e delle loro implicazioni. Ma, alla fine, è tutto un momento fluido in cui l’osservazione diventa attenzione e cura. E l’invenzione è la chiave che scopre il lato nascosto del quotidiano. Fatto di miserie, certo. Ma anche di bellezze profonde, vere oltre ogni possibile trucco.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
3.44 (9 voti)
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