Vergine giurata, di Laura Bispuri

vergine giurataLa base di partenza è molto interessante. Lezione di usi e costumi albanesi.

Quello delle “vergine giurate” è un fenomeno antico legato al Kanun di Lekë Dukagjini, un codice tradizionale, secondo cui viene riconosciuta alla donna la possibilità, tramite un rituale preciso, di dichiararsi uomo e acquisire così i diritti riconosciuti solo agli uomini. Una sorta di conversione “sessuale” che non riguarda affatto questioni d’omosessualità, ma è strettamente legata a problematiche sociali e materiali. Nella tradizione, la sfera dei diritti (anche patrimoniali) della donna è molto più ristretta di quella dell’uomo. Prevedere e istituzionalizzare una forma di emancipazione è, in particolari condizioni, un modo per garantire un riequilibrio di questa disparità. E così la donna che ha raggiunto la maturità può giurare solennemente, dinanzi a 12 uomini del villaggio, di astenersi per tutta la vita da qualsiasi rapporto sessuale e assumere così il diritto di vestirsi da uomo, comportarsi da uomo, poter fare tutte le cose che, secondo i codici, sono possibili solo agli uomini. Inizialmente diffuso un po’ in tutta l’area balcanica, il fenomeno è venuto via via a restringersi nelle montagne dell’Albania settentrionale e nel Kosovo, cadendo ovviamente sempre più in disuso. E oggi non restano che le ultime, anziane vergini.

 

vergine giurataLa Bispuri, dopo i fortunati corti Passing Time e Biondina, per il suo esordio decide di ispirarsi al romanzo omonimo della scrittrice albanese Elvira Dones e raccontare, così, il viaggio in Italia di Hana/Mark, la vergine giurata, ormai tormentata dal voto solenne fatto anni prima. E si tratta del viaggio di una donna in cerca di una faticosa riappropriazione della sua identità rinnegata. Questione di affermazione di genere, di scoperta timorosa e tenera di una sessualità troppo a lungo repressa. Una specie di seconda rinascita e liberazione, ma anche, se vogliamo, una scelta di normalizzazione, di assecondamento dei propri istinti.

Le premesse di un conflitto interiore potentissimo ci sono tutte, ma la Bispuri vuole, in qualche modo, tenere a freno il dramma, sceglie di non cedere agli eccessi. Quasi fossimo in un film dei Dardenne, rimane incollata alla sua protagonista, una dura Alba Rohrwacher, e ne registra i timori, le incertezze, le speranze, i sentimenti, concentrandosi solo sui movimenti, i gesti, gli atteggiamenti esteriori. Senza alcuna concessione alle tentazioni dello scavo interiore, dell’interpretazione “in profondità”. La storia, con il suo travaglio, i punti di svolta e i suoi archi di trasformazione, sembra quasi spegnersi, “normalizzarsi” appunto. Come se per Mark compiere tutto il percorso che riporta ad Hana fosse la cosa più naturale di questo mondo. E forse è proprio questo il punto, è proprio qui l’intuizione che tira fuori Vergine giurata dalle secche dell’ennesimo “ritratto di donna”.

 

Non è detto che l’interesse della Bispuri coincida con il nostro, ma la sua prospettiva sul personaggio non è del tutto scontata, a dispetto delle scelte estetiche derivative o della convenzionalità della struttura a flashback. E, per un inciso paradossale, è proprio in quei flashback che la nostra attenzione sale, quando sembra che la patina ostinata e opaca del realismo possa farsi da un momento all’altro sentimento purissimo. Come nelle scene magnifiche del primo colpo di fucile e del funerale. È in queste sezioni che la Bispuri disegna il rapporto più bello e vivo del film, quello tra Hana e il padre adottivo. E il suo sguardo sembra quasi incontrare il punto d’incrocio tra l’antropologia “spiritata” di Luigi Di Gianni e la poesia nascosta del reale di Jia Zhang-ke.

Regia: Laura Bispuri
Interpreti: Alba Rohrwacher, Lars Eidinger
Origine: Italia, 2015
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 90'