Verso VENEZIA 69 – Il cinema di Ramin Bahrani

Ramin Bahrani
In attesa del suo quarto lungometraggio prossimamente in concorso a Venezia (At Any Price, che già si preannuncia anomalo per via del budget considerevole e del cast hollywoodiano), ritroviamo nelle prime tre prove registiche di Bahrani tre film-finestra, aperti su mondi che accettano di essere esplorati e narrati (ma mai colti nella loro pienezza) dallo sguardo autoriale. Tra le strade di Manhattan, nei sobborghi del Queens o lungo le vie del North Carolina, Bahrani pedina con discrezione i suoi personaggi, restando fedele ad un'estetica precisa, fondata sulla spontanea mobilità della macchina a mano e sull'immediatezza di una fotografia ruvida

Ramin Bahranidi Marco Duse

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Il Black Friday prosegue ancora solo per Sentieriselvaggi21st, fino al 4 dicembre!


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Ramin Bahrani, classe 1975, è tra gli autori più interessanti del cinema americano contemporaneo. Di famiglia iraniana, ma nato nel North Carolina, ha all'attivo tre lungometraggi (Man Push Cart, 2005; Chop Shop, 2007; Goodbye Solo, 2008) e un cortometraggio di rilievo (Plastic Bag, 2009). Bahrani e il suo cinema, che sin dall'esordio si sono meritati la ribalta festivaliera (Mostra del Cinema di Venezia, Giornate degli Autori), vengono spesso ricondotti al cosiddetto neo-neorealismo. Etichette a parte, il cinema di Bahrani affonda le mani e gli occhi nelle realtà periferiche della vita americana: lo fa con la lucidità del cinema indipendente statunitense e con un amore per la ruvidezza della realtà che è sì neorealista (la predilezione di Bahrani per Rossellini e De Sica è cosa nota) ma che tiene conto anche dell'estetica di altri due iraniani illustri, quali Abbas Kiarostami e Amir Naderi.
In attesa del suo quarto lungometraggio prossimamente in concorso a Venezia (At Any Price, che già si preannuncia anomalo per via del budget considerevole e del cast hollywoodiano), ritroviamo nelle prime tre prove registiche di Bahrani tre film-finestra, aperti su mondi che accettano di essere esplorati e narrati (ma mai colti nella loro pienezza) dallo sguardo autoriale. Tra le strade di Manhattan, nei sobborghi del Queens o lungo le vie del North Carolina, Bahrani pedina con discrezione i suoi personaggi, restando fedele ad un'estetica precisa, fondata sulla spontanea mobilità della macchina a mano e sull'immediatezza di una fotografia ruvida.

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RIFF AWARDS 2020

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Il cinema di Bahrani si nutre di periferie urbane, di oggetti affastellati, di volti affaticati e dignitose povertà. Il carretto di Man Push Cart, le auto sfasciate di Chop Shop, il taxi di Goodbye Solo…: nel cinema di Bahrani c'è un'umanità in transito, che riprende a camminare, che lotta contro la deriva o che fatica a giungere a destinazione. Il percorso è lotta per la sopravvivenza (Man Push Cart), è parabola esistenziale (Goodbye Solo): incastrato tra questi due film, Chop Shop, ambientato in un'autofficina, rappresenta l'altra faccia dell'andare (l'altra faccia del road movie), quella che rinuncia al movimento e che si nutre (e si accontenta) dei resti, degli scarti dei cammini altrui.

Goodbye SoloTramite personaggi di etnie diverse, le difficoltà di integrazione, il sostanziale immobilismo sociale, Bahrani mette in scena il lato oscuro del sogno americano, l'America infranta degli immigrati, dei meticci, persino degli anziani (il William di Goodbye Solo si chiama fuori, si autoesclude dalla vita). La scelta di attori non professionisti, di volti scavati dalla fatica e dal tempo, di corpi che non conoscono pose divistiche e che vivono dunque in modo immediato il loro rapporto con lo spazio (mai interamente finzionale: Bahrani gira sulla strada e con la strada), danno ai film di Bahrani un aspetto da cinéma-vérité, nella coesione perfetta tra forma e materia narrata. Da qui scaturisce necessariamente un cinema ellittico, che procede per lacune e balzi in avanti, in cui ogni taglio è significativo per quanto dice e per quanto tralascia: più procede verso la maturità, più il cinema di Bahrani rinuncia alla conoscibilità globale dei fatti e dei personaggi. La linearità già di per sé compromessa di Man Push Cart (dove la ripetitività di certi episodi sembra imprimere un moto circolare al film) si sfalda completamente in Goodbye Solo che procede sì in linea retta, perché va da un punto d'inizio ad uno di arresto (che è un finale ma non una fine), ma lo fa accumulando vuoti, e non concatenando pieni.

Nei film di Bahrani le relazioni tra i personaggi, le loro vicissitudini, le schegge del loro passato (non visto: non vi è traccia di flashback in nessuno dei lungometraggi) che ancora pulsano nel presente sono spesso sottintese, non dette, fatte emergere di striscio nei dialoghi, lasciate all'intuizione dello spettatore: narrare, per Bahrani, non significa dire, dire tutto didascalicamente, ma esserci, presenziare, testimoniare, cogliere ciò che l'universo narrato decide di dischiudere. La realtà, nel cinema di Bahrani, ci viene restituita a frammenti, dotati di senso ma spesso irrelati: degli eventi e dei personaggi arriviamo a conoscere ciò che conosceremmo se li incontrassimo per un attimo, per un frangente limitato di tempo (qual è, a conti fatti, un film). Per questo, scrittura e montaggio, prima ancora della regia, sono le cifre fondamentali del cinema di Ramin Bahrani: scrittura e montaggio come organizzazione a priori e a posteriori dei materiali della narrazione. Il regista, anche montatore, impone ai propri film un passo deciso ma mai affrettato, taglia le scene con secchezza, nella totale assenza di dissolvenze, chiudendo gli episodi appena questi esauriscono la loro forza drammatica. L'apertura alla sequenza successiva non esplicita mai un eventuale passaggio di tempo o trasferimento di luogo – potrebbe essere sempre qui o altrove, subito dopo o molto dopo: saranno le immagini a parlare o, più spesso, a suggerire sommessamente.

At any PriceIl meccanismo ellittico su cui si fonda il cinema di Bahrani si ritrova messo in scena in Goodbye Solo, film in cui il tassista Solo viene coinvolto dall'anziano William in un progetto di morte: dovrà accompagnarlo fino al luogo in cui il passeggero ha deciso di porre fine alla propria esistenza. Solo viene catapultato nella vita di William, così come lo spettatore, traghettato dal regista, si cala all'improvviso nella vita dei personaggi. Goodbye Solo narra i tentativi di Solo di conoscere più a fondo la vita di William: di conseguenza il film illustra metalinguisticamente quel processo conoscitivo, mai pienamente compiuto, che è presente in tutta l'opera di Bahrani. Solo è lo sguardo indagatore, quello autoriale e quello spettatoriale, posato su un personaggio, William, che svela solo in parte i tasselli della propria esistenza a chi lo osserva. Goodbye Solo racconta la frustrazione che deriva dalla sostanziale inconoscibilità dell'altro; l'accettazione dell'essere veicolo (in tutti i sensi…) per la realizzazione del destino altrui senza interferirvi; l'abbandonarsi al destino, lasciando che le cose accadano, cercando una spiegazione tutt'altro che razionale in una dimensione altra, qui data dalla maestosità della natura del Blowing Rock National Park, che suggerisce un senso di continuità della vita, e non di fine.

I film di Bahrani, infatti, non finiscono: la conclusione, per Bahrani, sta nel prendere la macchina da presa e portarla via dal mondo in esplorazione, significa andarsene quando non c'è più nulla da raccontare, e farlo con un gesto discreto e con un intento lirico. Il che non vuol dire che le vicende siano concluse: in Man Push Cart, la già citata circolarità rimette in moto il film; in Chop Shop le miserie di Alejandro e Isamar non trovano soluzione; in Goodbye Solo i destini restano sospesi (“Goodbye Solo” è precisamente la battuta che manca alla fine del film, dove tra William e Solo non c'è saluto, non c'è commiato); persino il corto Plastic Bag si chiude in uno stato di attesa perenne, di desiderio nostalgico.
Pur nella sua apparente semplicità, il cinema di Ramin Bahrani è un esempio di come complessità e profondità possano essere raggiunte con sintesi, lucidità e nitidezza. È vero, l'atteso At Any Price potrebbe scardinare alcuni punti chiave della sua estetica, ma fino a prova contraria (lo scopriremo il 31 agosto) Bahrani ha impostato un discorso solido e articolato sul cinema come indagine discreta dell'esistere e come mappatura delle asperità della vita.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7


Verso VENEZIA 69 – Il cinema di Ramin Bahrani

Ramin Bahrani
In attesa del suo quarto lungometraggio prossimamente in concorso a Venezia (At Any Price, che già si preannuncia anomalo per via del budget considerevole e del cast hollywoodiano), ritroviamo nelle prime tre prove registiche di Bahrani tre film-finestra, aperti su mondi che accettano di essere esplorati e narrati (ma mai colti nella loro pienezza) dallo sguardo autoriale. Tra le strade di Manhattan, nei sobborghi del Queens o lungo le vie del North Carolina, Bahrani pedina con discrezione i suoi personaggi, restando fedele ad un'estetica precisa, fondata sulla spontanea mobilità della macchina a mano e sull'immediatezza di una fotografia ruvida

Ramin Bahranidi Marco Duse

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Il Black Friday prosegue ancora solo per Sentieriselvaggi21st, fino al 4 dicembre!


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Ramin Bahrani, classe 1975, è tra gli autori più interessanti del cinema americano contemporaneo. Di famiglia iraniana, ma nato nel North Carolina, ha all'attivo tre lungometraggi (Man Push Cart, 2005; Chop Shop, 2007; Goodbye Solo, 2008) e un cortometraggio di rilievo (Plastic Bag, 2009). Bahrani e il suo cinema, che sin dall'esordio si sono meritati la ribalta festivaliera (Mostra del Cinema di Venezia, Giornate degli Autori), vengono spesso ricondotti al cosiddetto neo-neorealismo. Etichette a parte, il cinema di Bahrani affonda le mani e gli occhi nelle realtà periferiche della vita americana: lo fa con la lucidità del cinema indipendente statunitense e con un amore per la ruvidezza della realtà che è sì neorealista (la predilezione di Bahrani per Rossellini e De Sica è cosa nota) ma che tiene conto anche dell'estetica di altri due iraniani illustri, quali Abbas Kiarostami e Amir Naderi.
In attesa del suo quarto lungometraggio prossimamente in concorso a Venezia (At Any Price, che già si preannuncia anomalo per via del budget considerevole e del cast hollywoodiano), ritroviamo nelle prime tre prove registiche di Bahrani tre film-finestra, aperti su mondi che accettano di essere esplorati e narrati (ma mai colti nella loro pienezza) dallo sguardo autoriale. Tra le strade di Manhattan, nei sobborghi del Queens o lungo le vie del North Carolina, Bahrani pedina con discrezione i suoi personaggi, restando fedele ad un'estetica precisa, fondata sulla spontanea mobilità della macchina a mano e sull'immediatezza di una fotografia ruvida.

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RIFF AWARDS 2020

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Il cinema di Bahrani si nutre di periferie urbane, di oggetti affastellati, di volti affaticati e dignitose povertà. Il carretto di Man Push Cart, le auto sfasciate di Chop Shop, il taxi di Goodbye Solo…: nel cinema di Bahrani c'è un'umanità in transito, che riprende a camminare, che lotta contro la deriva o che fatica a giungere a destinazione. Il percorso è lotta per la sopravvivenza (Man Push Cart), è parabola esistenziale (Goodbye Solo): incastrato tra questi due film, Chop Shop, ambientato in un'autofficina, rappresenta l'altra faccia dell'andare (l'altra faccia del road movie), quella che rinuncia al movimento e che si nutre (e si accontenta) dei resti, degli scarti dei cammini altrui.

Goodbye SoloTramite personaggi di etnie diverse, le difficoltà di integrazione, il sostanziale immobilismo sociale, Bahrani mette in scena il lato oscuro del sogno americano, l'America infranta degli immigrati, dei meticci, persino degli anziani (il William di Goodbye Solo si chiama fuori, si autoesclude dalla vita). La scelta di attori non professionisti, di volti scavati dalla fatica e dal tempo, di corpi che non conoscono pose divistiche e che vivono dunque in modo immediato il loro rapporto con lo spazio (mai interamente finzionale: Bahrani gira sulla strada e con la strada), danno ai film di Bahrani un aspetto da cinéma-vérité, nella coesione perfetta tra forma e materia narrata. Da qui scaturisce necessariamente un cinema ellittico, che procede per lacune e balzi in avanti, in cui ogni taglio è significativo per quanto dice e per quanto tralascia: più procede verso la maturità, più il cinema di Bahrani rinuncia alla conoscibilità globale dei fatti e dei personaggi. La linearità già di per sé compromessa di Man Push Cart (dove la ripetitività di certi episodi sembra imprimere un moto circolare al film) si sfalda completamente in Goodbye Solo che procede sì in linea retta, perché va da un punto d'inizio ad uno di arresto (che è un finale ma non una fine), ma lo fa accumulando vuoti, e non concatenando pieni.

Nei film di Bahrani le relazioni tra i personaggi, le loro vicissitudini, le schegge del loro passato (non visto: non vi è traccia di flashback in nessuno dei lungometraggi) che ancora pulsano nel presente sono spesso sottintese, non dette, fatte emergere di striscio nei dialoghi, lasciate all'intuizione dello spettatore: narrare, per Bahrani, non significa dire, dire tutto didascalicamente, ma esserci, presenziare, testimoniare, cogliere ciò che l'universo narrato decide di dischiudere. La realtà, nel cinema di Bahrani, ci viene restituita a frammenti, dotati di senso ma spesso irrelati: degli eventi e dei personaggi arriviamo a conoscere ciò che conosceremmo se li incontrassimo per un attimo, per un frangente limitato di tempo (qual è, a conti fatti, un film). Per questo, scrittura e montaggio, prima ancora della regia, sono le cifre fondamentali del cinema di Ramin Bahrani: scrittura e montaggio come organizzazione a priori e a posteriori dei materiali della narrazione. Il regista, anche montatore, impone ai propri film un passo deciso ma mai affrettato, taglia le scene con secchezza, nella totale assenza di dissolvenze, chiudendo gli episodi appena questi esauriscono la loro forza drammatica. L'apertura alla sequenza successiva non esplicita mai un eventuale passaggio di tempo o trasferimento di luogo – potrebbe essere sempre qui o altrove, subito dopo o molto dopo: saranno le immagini a parlare o, più spesso, a suggerire sommessamente.

At any PriceIl meccanismo ellittico su cui si fonda il cinema di Bahrani si ritrova messo in scena in Goodbye Solo, film in cui il tassista Solo viene coinvolto dall'anziano William in un progetto di morte: dovrà accompagnarlo fino al luogo in cui il passeggero ha deciso di porre fine alla propria esistenza. Solo viene catapultato nella vita di William, così come lo spettatore, traghettato dal regista, si cala all'improvviso nella vita dei personaggi. Goodbye Solo narra i tentativi di Solo di conoscere più a fondo la vita di William: di conseguenza il film illustra metalinguisticamente quel processo conoscitivo, mai pienamente compiuto, che è presente in tutta l'opera di Bahrani. Solo è lo sguardo indagatore, quello autoriale e quello spettatoriale, posato su un personaggio, William, che svela solo in parte i tasselli della propria esistenza a chi lo osserva. Goodbye Solo racconta la frustrazione che deriva dalla sostanziale inconoscibilità dell'altro; l'accettazione dell'essere veicolo (in tutti i sensi…) per la realizzazione del destino altrui senza interferirvi; l'abbandonarsi al destino, lasciando che le cose accadano, cercando una spiegazione tutt'altro che razionale in una dimensione altra, qui data dalla maestosità della natura del Blowing Rock National Park, che suggerisce un senso di continuità della vita, e non di fine.

I film di Bahrani, infatti, non finiscono: la conclusione, per Bahrani, sta nel prendere la macchina da presa e portarla via dal mondo in esplorazione, significa andarsene quando non c'è più nulla da raccontare, e farlo con un gesto discreto e con un intento lirico. Il che non vuol dire che le vicende siano concluse: in Man Push Cart, la già citata circolarità rimette in moto il film; in Chop Shop le miserie di Alejandro e Isamar non trovano soluzione; in Goodbye Solo i destini restano sospesi (“Goodbye Solo” è precisamente la battuta che manca alla fine del film, dove tra William e Solo non c'è saluto, non c'è commiato); persino il corto Plastic Bag si chiude in uno stato di attesa perenne, di desiderio nostalgico.
Pur nella sua apparente semplicità, il cinema di Ramin Bahrani è un esempio di come complessità e profondità possano essere raggiunte con sintesi, lucidità e nitidezza. È vero, l'atteso At Any Price potrebbe scardinare alcuni punti chiave della sua estetica, ma fino a prova contraria (lo scopriremo il 31 agosto) Bahrani ha impostato un discorso solido e articolato sul cinema come indagine discreta dell'esistere e come mappatura delle asperità della vita.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7