Vesper, di Kristina Buozyte e Bruno Samper

Conosce bene il genere in cui si iscrive, che semina molto ma non riesce a raccogliere tutto. Una variazione originale sul tema della fantascienza distopica. Questa sera al Trieste Science+Fiction

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Un padre e una figlia in un futuro post-apocalittico, una società di privilegiati che emargina i più poveri, clonazione, bioingegneria; Vesper, la terza collaborazione tra Kristina Buozyte e Bruno Samper, sembra un film confezionato seguendo il manuale della rappresentazione distopica. Nonostante la sua trama vacilli in alcuni punti, ignorando alcuni indizi che aveva precedentemente seminato, il film riesce ad inserire quei due o tre elementi originali che riescono a farlo emergere da un catalogo che negli ultimi anni si è affollato sempre di più.

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Dopo il collasso dell’ecosistema terrestre la popolazione si è divisa in due: dentro le sicure e tecnologiche cittadelle vivono i privilegiati, mentre nelle pericolose terre mutanti i disperati, ragazzini guidati da uomini senza scrupoli, che vendono sacche del loro sangue agli abitanti delle cittadelle. La tredicenne Vesper sopravvive assieme al padre Darius, malato e immobilizzato a letto. Quando Vesper trova una misteriosa cittadina di nome Camelia, sola e sperduta dopo un incidente col suo jet, accetta di aiutarla a trovare il suo compagno se li condurrà al sicuro. Ma la donna nasconde un segreto che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza che padre e figlia sembrano aver costruito.

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Vesper mette tanta carne sul fuoco, troppa per riuscire a gestire agilmente tutto quanto e di conseguenza alcuni temi vengono bistrattati. Su tutti, basti pensare alle affascinanti figure dei nomadi, persone che si coprono con un velo e vagano per la terra collezionando spazzatura e ferraglia per qualche misterioso motivo. Di loro si sa solo che la madre della protagonista ha abbandonato la famiglia per unirsi a questo gruppo, nient’altro. Sono relegati sullo sfondo come una decorazione, senza mai affrontare il loro mistero della loro missione.

Un difetto di poco conto, che passa in secondo piano accanto alla particolare messa in scena adottata dal film, che possiamo definire un’estetica bio-futuristica. I macchinari sono ibridi organici, fluidi e gelatine viscide vengono usate per tutto, dai pasti ai medicinali. Interessante anche la realizzazione della vegetazione del mondo di Vesper, che nel tempo si è evoluta fino ad assumere funzioni dannose (o di aiuto in alcuni casi) nei confronti degli umani. In un doppio movimento, la tecnologia del film si muove verso l’organico e, parallelamente, la natura organica si muove verso la tecnologia.

Interessante anche l’approccio alla genitorialità post-apocalittica adottato dal film di Buozyte e Samper, in cui la rodata formula del padre che accompagna il giovane figlio, o figlia, in un futuro post apocalittico viene rinfrescata con l’espediente della disabilità del pare. Tetraplegico e costretto nel letto, Darius può accompagnare la figlia soltanto tramite un robot di ricognizione collegato al suo cervello. In questo modo vediamo un ribaltamento della situazione classica, in cui è il figlio a prendersi cura del genitore. Questo non basta però ad evitare a Darius il destino segnato delle figure paterne nell’apocalisse, perché non c’è spazio per loro nel mondo futuro, e perché le nuove generazioni possano prosperare è necessario uccidere i padri.

Vesper è buon film distopico, che avrebbe potuto prestare più attenzione ad alcuni dettagli, ma che nel complesso riesce ad adattare una formula estremamente popolare con delle variazioni originali. In concorso al Trieste Science-Fiction festival.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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