Viaggio al Polo Sud, di Luc Jacquet

Nei rari momenti in cui si abbandona alla sola osservazione della natura, riesce ad offrire un’esperienza sinestetica. Ma l’onnipresenza del regista affoga il film nei meandri dell’autoreferenzialità

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Per il biologo divenuto filmmaker, Luc Jacquet, il Viaggio al Polo Sud si configura alla stregua di un incontro con l’inimmaginabile, capace di rinnovare la coscienza stessa di chi vi si immerge nel profondo, al punto da segnare, per sempre, l’esistenza dell’esploratore. E non è un caso che a 20 anni di distanza da La marcia dei pinguini, il film che gli ha permesso di compiere un vero e proprio salto di paradigma in qualità di narratore, culminato con la (inattesa?) vittoria agli Oscar del 2006, il documentarista sia ritornato nei territori selvaggi dell’Antartide per documentare non tanto i fenomeni di questo luogo incontaminato, quanto la sua personale visione del Continente. Da intendere qui come il catalizzatore dello spettro scopico del film (quindi lo sguardo della camera) nonché come il diaframma da cui si ramificano tutte le soluzioni estetiche e narrative del (suo) racconto.

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Il commento vocale con cui Jacquet descrive ossessivamente le immagini del film, potrebbe essere inteso, da questo punto di vista, come la matrice ideale per comprendere le istanze di Viaggio al Polo Sud, e le incongruenze in cui si inabissa la narrazione. Ciò che a Luc Jacquet qui interessa non è tanto la costruzione di immagini che raccontino una terra, e che siano attraversate dal respiro naturale (e poetico) dell’Antartide: per nulla. Non siamo nelle parti di Grizzly Man o de Il diamante bianco, dove le fantasie e i desideri più reconditi dell’individuo si intrecciano, inestricabilmente, con la materia filmica che li contiene o con l’ecosistema in cui prendono forma. Anche perché quel che il cineasta desidera descrivere allo spettatore (o potremmo dire, al solo sé stesso?) in questo documentario è la necessità, di colui che guarda, di rendersi presente nella storia. Senza curarsi minimamente di trovare, come forse vorrebbe fare, lo spirito poetico di un luogo che fa convergere, nel suo stesso grembo e allo stato embrionale, tutti i fenomeni ambientali con cui ci interfacciamo nella nostra urbanizzata quotidianità.

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Gli unici momenti in cui Viaggio al Polo Sud trova, in realtà, un passo diverso, è proprio quando si smarca – momentaneamente – dall’onnipresenza (vocale, e poi fisica) del suo regista/demiurgo. È nei rari istanti in cui la narrazione si abbandona all’osservazione dello spazio selvaggio, quando cioè la camera si immerge nelle profondità dell’Oceano, o adotta silente il punto di vista dei pinguini, che il film riesce a veicolare allo spettatore un’esperienza perlopiù sinestetica. Ma si tratta, a ragion di logica, di brevi istantanee, di scatti rubati alla personalità (e anche alla fisicità) ultratotalizzante del cineasta, la cui presenza ossessiva nelle fila del testo, sia nel comparto sonoro, che in quello visuale, soffocano l’emersione di qualsiasi istanza o discorso che non abbia, come destinazione o punto d’origine, la coscienza di colui che dà vita alle (sue) immagini: affondate nell’oblio dell’autoreferenzialità.

Titolo originale: Voyage au Pôle Sud
Regia: Luc Jacquet
Interpreti: Luc Jacquet
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 83′
Origine: Francia, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.3
Sending
Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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