VIAGGIO IN ITALIA – Davide Pepe, disfunzioni della memoria

davide pepeCi sono filmmaker che destabilizzano il rapporto tra il dispositivo cinema e la soggettività del vedere: sembra che lavorino soprattutto sul corpo del filmare, e invece poi ti accorgi che infondo stanno manipolando proprio la loro – e la tua – disposizione a vivere nello sguardo, a filtrare attraverso l'atto del vedere non tanto il mondo, quando il loro stare nel mondo. Davide Pepe è uno di questi: i suoi lavori sono esplosioni di particelle cinematografiche filmate come se il tempo scorresse intimamente in ogni singolo fotogramma, quasi preso nell'urgenza di rianimare lo scarto che c'è nel ventiquattresimo di secondo in cui si nascondono le pulsioni più recondite della vita.

Davide Pepe io lo immagino un po' come un dottorfrankenstein alle prese con la sua creatura, chino sul corpo dei suoi film pronto ad urlare l'eureka della vita che scorre in un corpo assemblato su parti singole in cui scorge la vita… Sarà che il suo filmare discende dichiaratamente da Derek Jarman: scansione di anime e di corpi posti in abisso nel luogo dello sguardo… come Davide Pepe ci spiega bene in Is 19012, caleidoscopio di immagini jarmaniane riviste dall'autore enumerando i suoi giorni di vita (19.012 per l'appunto) come fossero i singoli fotogrammi di una pellicola.

davide pepe frameda videoSarà che la sua affabulazione è indiscutibilmente gotica, sovraccarica di umore che trasuda dalla complessità delle strutture, dal chiaroscuro di quelle ombre sacrali chiamate uomini: filmare è un atto di spietata pietà che sta, per certi aspetti, tra Michael Powell e Tod Browning, tensione puramente visionaria che crea universi sincopati.

Non c'è da cercare un presente nei lavori di Davide Pepe, dato che ci si ritrova immancabilmente a oscillare tra interruzioni del passato, scorci di memoria che procedono per jump cut percettivi, in cui lo stesso istinto alla “narrazione” si scopre imperterrito e impietrito di fronte alla pura emergenza dell'esperienza che si ripete: come fossimo nell'invenzione morelliana di Bioy Casares… Non a caso uno dei luoghi ritornanti delle opere di Davide Pepe è l'infanzia: trasecolata nell'esperienza di traumi astratti nell'identità decostruita del loro essere uomini interrotti, presenze gettate nel futuro: I Remember – Genetic Memory è il corpo imploso di una memoria vissuta nella sovrimpressione tra infanzia e età adulta, non troppo dissimile dal più traumatico Soluzione di continuità, che ipnotizza l'abbraccio tra la vittima e il carnefice dell'innocenza.

davide pepe websiteIn Davide Pepe la realtà resta comunque e sempre una disfunzione della memoria e il suo filmare insiste senza tregua nel porre lo spettatore dinnanzi alla difficile scelta tra osservare i suoi gesti filmici (sempre performativi, comunque mostrativi) o guardare, tra tormento ed estasi, il loro effetto. Dramma filmico messo in scena perfettamente nel bellissimo Last Kodachrome 40, in cui l'autore si filma riflesso in uno specchio mentre con un martello sfascia l'obiettivo della cinepresa super8 con la quale si sta riprendendo: catturati dalla tensione del gesto, eppure portati a non distogliere lo sguardo dal suo esito…

Il cinema di Davide Pepe sta tutto in questa scissione. Se volete farne esperienza, i suoi lavori sono (quasi) tutti visibili sul suo sito: www.davidepepe.com