VIAGGIO IN ITALIA – Filippo Ticozzi: a tentoni, come fosse morte

Un Inseguire il vento"Tu e io cerchiamo qualcosa. Cerchiamo di toccarla, di fermarla, almeno per un momento. Per questo ti filmo. Per questo filmo”. Non ha esitazioni la mano di Filippo Ticozzi, o forse ne ha anche troppe, ma lascia che scorrano nel gesto di filmare e si trasformino in una ricerca. Quel qualcosa che questo regista cerca di toccare e di fermare almeno per un momento, ovviamente, è la morte: l'interstizio che occupa l'intera realtà, silenziosamente, invisibilmente, esposta in prima persona in Un inseguire il vento, il suo nuovo lavoro, un'ora circa di documentario che dissemina leggerezza e luce su un soggetto che assorbe l'ombra e il silenzio.

L'artificio, perseguito con accuratezza del resto, è quello del ritratto di una donna che per professione, e anche per passione, con la morte ci ha a che fare quotidianamente: il suo nome è Karine e le note ce la presentano come una delle massime esperte europee di tanatoestetica e tanatoprassi. È francese ma lavora in Italia, il suo compito è preparare le salme per essere esposte ai familiari nella maniera più dignitosa: non solo tocchi di trucco e vestizione, ma anche ricomposizione, laddove necessario. Ticozzi, che nasce al questo suo film nella prima scena, con la leggerezza un po' goffa di un ragazzone che insegue grilli in un prato, le si accosta per trovare una ragione a quel sogno che lo occupa come un incubo: fermare il tempo, toccare l'eternità che è implicita nella morte, salvo poi scoprire che anche in un corpo morto c'è vita, trasformazione… L'argomento è macabro, direte. In realtà Ticozzi è uno che sa essere sensibile dissimulando impassibilità: guardate la scena a camera fissa del pranzo a casa di Karine, con lui fuori campo che ascolta l'insostenibile narrato dalla donna, l'intervento sul corpo di un bambino. Che poi sarà esattamente il punto di non ritorno del film: di lì in poi ogni presunzione documentaria di Ticozzi si smonta da sé e Un inseguire il vento diventa esattamente ciò che il titolo promette, nella vanitas vanitatum di tutte le cose che sono un travaglio secondo l'Ecclesiaste…

Una placida corsa verso ciò che è inafferrabile, sempre più silenzioso, sempre più fluttuante dietro la linea dell'orizzonte che il regista, ora fermo sul prato, fissa immobile. E allora, dalle lezioni di tanatoprassi che Karine tiene nel suo italiano francofono ai suoi studenti e a noi, radunati attorno al tavolo dell'obitorio, tutta la seconda parte è un susseguirsi di mummificazioni esposte nelle catacombe, nei musei teratologici. Sempre più pietà silenziosa, sempre più still life, ma in bianco, ché a morire è piuttosto la natura dimenticata lì sul comò: tre arance, due banane comprate al mercato e dopo un paio di giorni già marcite… Sono i dettagli che Ticozzi dissemina a dare il senso dello sconforto, ché invece il primo piano è tutto per il silenzioso e placido confronto con il proprio terribile, spaventoso soggetto: Karine che ogni notte, prima di andare a dormire, guarda in ogni armadio in cerca di fantasmi, danza silenziosamente con il gentile orco che la filma, questo regista che sta lì nel prato a guardare l'orizzonte, a frugare tra i fili d'erba…

Non c'è odore di formaldeide in questo film sulla morte, non c'è supponenza né finto rispetto. C'è la paura dissimulata nella luce e c'è la serenità dissimulata nell'orrore delle visioni a freddo: cadaveri, corpi morti, mummie… Non siamo lontani dal dissidio tra fede e pazzia e partecipazione e stupore con cui Ticozzi aveva raccontato gli ospiti della comunità religiosa di salute mentale nel suo precedente lavoro, A tentoni come fosse notte. Ecco, Ticozzi è uno che procede fortunatamente a tentoni, esplorando con gli occhi chiusi e con le mani in avanti: perché toccare è meglio che vedere…