VIAGGIO IN ITALIA – I passi leggeri, di Vittorio Rifranti

Rimettere i debiti:
I passi leggeri di Vittorio Rifranti

Eravamo rimasti alla gestione fisica e psicologica del dolore, messa in atto in Tagliare le parti in grigio. Il cinema di Vittorio Rifranti lo ritroviamo ora alle prese con il dolore della gestione spirituale della vita: sono passati più di dieci anni e questo raro e solido filmmaker milanese si ripropone con I passi leggeri, titolo quasi programmatico per la prassi produttiva e registica di un autore che si muove in punta di pedi, ma con una sicurezza tutta interiore, sulla scena di una cinematografia italiana che oggi pretende film sempre più ampiamente performativi, fortemente caratterizzati. E invece Rifranti persegue il suo filmare in contenimento, lucido e purificato nella semplicità di un narrare spiritualmente esposto, che sembra rivendicare la precisione psicologica e drammaturgica delle prime esperienze olmiane (lui che del resto a Ipotesi Cinema si è formato).
I passi leggeri – che è stato presentato in questi giorni a Milano, allo Spazio Oberdan della Cineteca Italiana – è un film che si avvolge attorno a un sentimento della realtà che ancora una volta interroga il silenzio del mondo, mentre riecheggia nelle coscienze di figure sospese sul proprio destino. Approccio latamente olmiano, per l’appunto, di un regista che del resto riesce a ottenere la medesima prospettiva d’osservazione sulle attitudini della società a confronto con gli interrogativi interiori, le mutazioni spirituali, le attese personali tradite dal mondo di personaggi posti dinnanzi alle responsabilità della proprie vite.

Qui c’è un sacerdote, Luca (interpretato con non facile equilibrio da Fabrizio Rizzolo), che insiste sulla propria fede in dio, coniugandola caparbiamente con la fede nell’uomo e ottenendone un dissidio spirituale che lo induce a farsi tramite di una discreta, non urlata pietà per la fragilità umana incarnata nei bisognosi: che per lui non sono tanto i poveri, ma quelli che sbagliano, che deviano dalla via comune, per fatalità, debolezza, indifferenza, sofferenza. Il silenzio perplesso delle sue messe diventa allora il sorriso con cui offre di notte un po’ di soldi e una carezza ai barboni, oppure una dose al tossico che giace nel sottopasso. L’ascesi tutta laica e concreta che ammanta questa sua scelta “scandalosa” si traduce nell’ascesa fisica verso l’alto innevato delle vette, dove si reca con passo forzato per far visita a un confratello, che invece ha scelto l’astrazione dal mondo, servendo messa in parrocchie di montagna. Ma la linea orizzontale della vita, quella che percorre ogni notte nelle strade cittadine, porta Luca a incontrare Katia, una prostituta rumena in fuga dalla violenza del protettore, che un certo giorno diventa per lui la circostanza per tradurre la sua pietà indifferenziata in una relazione salvifica. Da affiancare alla relazione che poi lo unisce, in maniera ben più problematica, a Milena, la emissaria degli strozzini ai quali il sacerdote ha chiesto in prestito il denaro che va distribuendo ai bisognosi.

Anche in I passi leggeri, dunque, Vittorio Rifranti attiva la triangolazione classica del suo cinema, unendo questi tre personaggi col filo comune di un dolore spirituale che diventa occasione per superare i limiti della propria visione del mondo e trovare una via d’uscita alla sofferenza. Rifranti, come sempre, si ferma ad un passo dalla (as)soluzione che offre ai suoi personaggi, gli interessa piuttosto seguirne con discrezione il percorso, scrivendo un film che si tiene sulle tinte medie, sui mezzi toni psicologici, drammaturgici, figurativi. La ritualità che le figure incarnano nelle loro azioni diventa per il regista occasione di scandire per loro un senso comune, un luogo metaforico di incontro tra le differenze esistenziali di cui sono portatori, ognuno colto su un cammino differente eppure convergente verso la medesima soluzione. In questo senso le biografie dei suoi personaggi si pongono come una tabula rasa, dalla cui neutralità può sorgere un edificio esistenziale da abitare come una circostanza rinnovata. E se in Tagliare le parti in grigio il corpo era tempio di dolore fisico, da provare per trovare una via d’accesso alla spiritualità dei personaggi, in I passi leggeri il corpo è tempio di sofferenza spirituale da salvare fisicamente (dal dolore del bisogno, dalla minaccia dei malintenzionati) per offrirlo alla leggerezza di un cammino che sia prosecuzione esistenziale di uno nell’altro.
Del resto, I passi leggeri è un’opera che anche figurativamente resta avvolta in una radicale mancanza di ombrosità: questo è un film sulla lucidità del dolore, che non ottunde le coscienze e non incattivisce lo spirito, ma diventa faro capace di illuminare la purezza dei personaggi, la chiarezza delle loro intenzioni. Don Luca è una figura che non conosce contrasto, che pacifica ogni opposizione morale, spirituale, attitudinale, in un bisogno di luce e di bellezza che diventa tanto luminoso da essere accecante. Ed è perfettamente coerente con la serenità con cui Rifranti segue questa sua incongruità psicologica, aderendo a un progetto di cinema che non si basa certo sulla plausibilità psicologica e caratteriale dei personaggi, ma sulla plasticità della loro disposizione morale e sulla flagranza del suo rapporto filmico con essi. In un film come questo, costruito sulla negazione dell’idea di rimettere i debiti come schema di edificio sociale, ovvero di comunità, Rifranti riflette sostanzialmente sul basilare rapporto sociale del dare/avere, sostituendolo con la dimensione etica del rapporto avere/restituire, che diventa chiave d’accesso a una forma di equità spirituale. Un modo per pacificare le coscienza nell’equilibrio di una vita che nega lo scambio e cerca il dialogo. Mica poco in un’epoca giustizialista come la nostra…

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