VIAGGIO IN ITALIA – Paolo De Falco, radici e frontiera

stella locaPaolo De Falco è uno di quei filmmaker per i quali l'altrove non esiste, o meglio esiste solo in quanto è un'ipotesi mobile del presente, una variabile costante dello stare. Lui che da Lecce, dove ora si ferma, ha percorso strade svariate, Varsavia, Praga, Vienna, Parigi… è un artista discriminato e discriminante, nel senso che marca necessariamente il segno di una distinzione, di un discernimento tra l'adesione a un'idea di tempo che viene da lontano, da ataviche appartenenze, e la separatezza di un operare ai margini, scorrendo come materia liquida sul bordo della strada principale. “Archivio liquido della memoria” è, del resto, il nome che ha dato a uno dei progetti elaborati con Grad Zero, la sua casa di produzione: qualcosa come un magazzino di storie di emigrazione pugliese nel mondo…

L'ascolto del languore della disappartenenza alla casa e all'orizzonte accogliente che è un po' il “luogo” narrativo dei suoi film: Stella Loca, Angelo della notte, Radice e frontera, Leonardo, Via Appia… Sono tutte opere che stanno tra la resistenza delle radici più profonde e la volatilità della frontiera, che demarca un limite dell'altrove sempre mobile. In ognuno di questi scenari De Falco configura il dispositivo di un filmare instabile, necessariamente di ricerca, deputato a interrogare i luoghi e le figure sulla natura del loro muoversi nel tempo. Si va dalla nettezza di Radice e frontera, che cerca le storie di emigrazione pugliese in Argentina attraverso le narrazioni di tre generazioni, alla dispersione più profonda nello scenario esistenziale di Buenos Aires trovata nella deriva notturna di Stella loca, in cui De Falco cerca il flusso vitale della città incarnando l'antitesi tra viaggiatore e apolide e scoprendo le carte di un travaso di culture, esperienze, amori, trasmigrazioni… Il che trova poi il suo perfetto contrappunto in Leonardo, che invece punta i piedi a Bari per scoprire l'innesto contraddittorio eppure, come sempre, fluido della comunità cinese nella città levantina.

Insomma un cinema di geografie esistenziali, che Paolo De Falco smargina in un filmare che nasce dalla testimonianza, ma raggiunge facilmente la chiave di volta di un lirismo profondo, in cui la struttura logica del dire perde la connessione con il sistema del narrare. Via Appia è, in questo senso, un esempio di cinema stupendamente disperso in se stesso, scritto sull'intreccio di storie multiple incarnate in figure che, per diversi percorsi e con differente sentire, attraversano una delle arterie più antiche della nostra terra: la deriva pugliese dello scrittore Antonio Pascale, il navigare per fiumi aridi di un navigatore solitario, le galoppate nelle Murge pugliesi di un ferroviere amante dei cavalli… Un itinerario che trova la sua ragione armonica nella perdita del confine, nello scontornamento del percorso, nella mancata definizione di una logica che corrisponda al senso profondo e autentico di quella deriva. Qualcosa che c'è già nei dieci minuti circa di immagini fuori fuoco che compongono Angelo della notte: immersione nel buio dell'ultimo treno notturno che univa Lecce con Roma, tra accensioni lievi di scenari notturni dietro finestrini, silenzio che parla linguaggi taciti, apparizioni fantasmatiche di ombre indefinite…

Musica, teatro, recitazione, ora stabilmente un cinema che segue la strategia di un documentarismo dell'anima, molto più fluido e cangiante nella sua persistente soggettività di quello perfettamente strutturato che vince i festival oggi: Paolo De Falco è un irredento del filmare, uno che non s'è mai riunito alla matrice della realtà da cui trae spunto e continua a giocare la carta di una separatezza dello sguardo dalla nozione limpida del reale. La coscienza del narrare è ciò che gli interessa: come in una sospensione amniotica tra lo stare al mondo e il mondo in sé, i suoi film sembrano scritti sul vagare del tempo nelle storie che racconta, nei luoghi che percorre.

 



TRAILER VIA APPIA

 

 

 

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