VIAGGIO IN ITALIA – Riaffioramenti noir

Il solitario_Di chi è ora la città?Materiali noir dalle lontane provincie italiane. Resistenze o magari riaffioramenti della tradizione poliziesca del nostro cinema di genere più solido e amato. Ci ha provato Marco Martani con Cemento armato a riportarla al centro esatto del sistema produttivo, ma ovviamente è stato respinto nell’angolo da un cinema italiano ormai cronicamente di papà e imborghesito e da un pubblico anestetizzato dalla fiction televisiva. Non resta che muoversi nell’ombra, identificare la resistenza laddove opera. Ecco dunque due esempi di affioramento noir dalla produzione indipendente italiana, due modelli che parlano lo stesso linguaggio e in qualche modo suggeriscono possibili percorsi di lettura: da una parte Il solitario, lungometraggio del parmigiano Francesco Campanini, che ha trovato anche una distribuzione regionale nelle sale, dall’altra Di chi è ora la città? cortometraggio del bergamasco Omar Pesenti. Entrambi manierizzano gli schemi del genere, lavorando sui personaggi e sugli spazi urbani in sagomatura, cercando un riscontro all’immaginario che vogliono evocare. In entrambi i casi piace la convinzione con cui mettono mano all’operazione, che appare di prima intenzione e non residuale, mossa sulla voglia di rimettere in gioco una modalità narrativa e un sistema visivo senza lavorare di rimando, lasciando che la ridondanza cinefila risuoni solo vagamente. Ma andiamo con ordine.

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Il solitario è un amaro noir che parte da un colpo andato male e si spinge in una fuga senza via d’uscita: riprende il protagonista, Leo Piazza, da un altro noir low-budget del 2002, Nel cuore della notte di Primo Giroldini (lo potete vedere in DVD per Storm Movie), di cui Campanini era stato produttore e montatore. Notturno e raggelato nella determinazione dei gesti, vi si respira un’atmosfera che sta a metà tra la tradizione Il solitarioitaliana anni Settanta e il coevo polar francese: città fredde e notturne (in questo caso è Parma), figure trattenute sagomate su interpreti che incidono lo schermo con lo scalpello, personaggi con un loro codice morale, un certo romanticismo schiacciato dal peso della colpa, astrazione in un universo malavitoso che non contempla l’esistenza di una società civile: tutto è interno, introflesso in un mondo chiuso e notturno che elabora l’estraneità, la morte, la colpa. La sinossi è semplice e in qualche modo sta tutta nel corpo dei protagonisti e nelle loro azioni: la banda di Athos tenta un colpo da 3 miliardi di lire ai danni della mala, ma le cose vanno male e l’unico che riesce a sopravvivere e a fuggire coi soldi è Leo Piazza. Braccato dagli uomini dell’organizzazione guidati dal temibile Santoro, il fuggitivo si fa aiutare da Moriero, un vecchio amico di Athos, che gli procura un contatto per fuggire all’estero. Si tratta di attendere chiuso in un appartamento, in compagnia di Saeda, una prostituta della quale non mancherà di innamorarsi. Lo schema è classico e la messa in scena di Francesco Campanini lo spinge con dolcezza verso l’inevitabile epilogo, lasciando che il film si nutra pienamente di sé e dei suoi personaggi, offrendo costantemente il destro a una drammaturgia che non gioca a citare, ma cerca la pienezza dell’azione. Il tono è lontano dalle tentazioni ipercinetiche contemporanee, mantiene una freddezza e una compostezza che parlano un linguaggio ormai desueto, ma che fa piacere ritrovare sullo schermo. Colori caldi, gesti filmici netti, azioni scandite con determinazione dal montaggio, recitazione ovviamente semplificata ma efficace, in cui a fronte di Luca Magri (che firma anche da sceneggiatore) si pongono volti come Massimo Vanni (stuntman e maestro d’armi, nonché interprete per Fulci, Castellari, Lenzi…) e Francesco Siciliano. L’obbiettivo di Campanini non era quello di rifare un genere italiano che evidentemente ama, ma di farlo tout court, ritrovando una certa “mitologia” noir all’italiana nella definizione dei personaggi, nella pulsione sobria delle emozioni, nel rimando inesausto a un sistema iconografico (volti, scene, movimenti di macchina, musica) che trova ancora vivo e vegeto, funzionante e funzionale.

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Di chi è ora la città?Anche Di chi è ora la città? di Omar Pesenti muove da una tensione “mitologica”, racchiudendo l’azione in uno scenario urbano e notturno (siamo a Bergamo) che astrae gli eventi in un contesto netto e radicale. Qui al topos del colpo andato male si sostituisce quello del duello: due cosche si contendono la città e, per mettere fine alla strage, i due capi si accordano per far scontrare ad armi pari i loro due uomini migliori. Inizia così una caccia a due, che vede contrapposti i due “eroi” in uno scontro fisico che li porta ad attraversare la città, cercandosi, inseguendosi, sparandosi, infine lottando a mani nude per la sopravvivenza. Omar Pesenti stilizza la messa in scena in una tensione epica che non può lasciare spazio alle psicologie dei personaggi (se non in qualche inserto dal sapore un po’ didascalico): il cortometraggio è netto e determinato, girato con consapevolezza e ritmo. Lo scenario notturno si offre con gli spazi urbani a una performance che elabora soprattutto le due figure e lo scontro fisico. Dialoghi scarni, recitazione che si sagoma sui corpi dei protagonisti, musica che regge bene il ritmo. Bene così!

 

Il solitario_locandinaIl Solitario
Regia: Francesco Campanini
Interpreti: Muca Magri, Francesco Siciliano, Massimo Vanni, Giancarla Malusardi.
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Durata: 85'
Origine: Italia, 2009
 
 
 

  

 

Di chi è ora la città?
 
Di chi è ora la città?
Regia: Omar pesenti
Interpreti: Paolo Riva, Toni Pandolfo, Jacopo Del Santo, Alessandro Mucci.
Durata: 30'
Origine: Italia, 2008