“Viaggio in Paradiso”, di Adrian Grunberg

viaggio in paradisoDue rapinatori con maschera da clown fuggono verso il confine messicano. L’uomo che guida è il nostro eroe, un incallito criminale senza nome e senza storia. Sul sedile posteriore c’è l’altro, ferito, nel pieno di una fatale emorragia interna. Un fiotto di sangue gli esce dalla bocca. Ed ecco, puntuale il fermo immagine, mentre la voce off del Driver (altro che…) racconta in maniera divertita. Basterebbe già questa prima scena a condensare il senso e il tono di questo maledetto Viaggio in Paradiso, resoconto, più o meno mascherato, del definitivo esilio di Mel Gibson da Hollywood, fuga messicana alla ricerca di una nuova vita impossibile.

La violenza esasperata e l’ironia irriverente e assolutoria sono i segni riconoscibilissimi di un’arma letale che, contro tutto e tutti, torna a sparare i suoi colpi. Certo, Adrian Grunberg non è Richard Donner e la sua mano non regge a dovere tutti i ritmi e le accelerazioni dell’action. Ma proprio per questo può emergere a pieno la visione di Mel, che scrive e produce da sé, parla in spagnolo, come fosse ancora aramaico (ma a quale mercato si rivolge?), dosa ironia e azione, come ai vecchi tempi. Con in più la malinconia di un buscadero superstite che sogna di vivere, in famiglia, gli ultimi bagliori dell’estate.

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Grunberg e Gibson portano a un limite estremo la soglia della visibilità, fino all’azzardo di mostrare un bambino a cui viene espiantato il fegato. Un’altra passione di carne e sangue, dunque, che non nasconde nulla di El pueblito, carcere trasformato in una specie di delirante villaggio dei dannati dai boss locali, con la compiacenza della polizia e delle istituzioni locali. Droga, prostituzione, corruzione, mercato nero, violenza, sparatorie, caos e abbrutimento: c’è tutto e il realismo è solo incidentalmente smorzato dalle tonalità gialle e polverose della fotografia. Al punto da farci pensare, a tratti, all’unica Gomorra che si sia davvero vista al cinema in questi ultimi anni.

viaggio in paradisoMa il punto è, ovviamente, un altro. Perché a questa densità materica di un cinema sempre sul punto di esplodere, fa da contraltare la progressiva evanescenza di Mel Gibson. Il suo personaggio, per metà del film, osserva senza essere visto, nell’assoluta indifferenza dei boss e dei nemici. Quando, poi, decide di passare all’azione, si riduce al minimo essenziale. Un gesto fulmineo (i ripetuti furti), un movimento istantaneo che oltrepassa immediatamente i limiti della credibilità (la bomba a mano colta al volo e rilanciata). Corpo in sospensione, in assenza di gravità. O meglio in assenza di massa e volume. E Il ralenti insistito della sparatoria contro i killer mandati da San Diego, più che l’allucinata esasperazione di una violenza alla Peckinpah, sembra essere la proiezione di questa programmatica economia del movimento. Sino al finale, dove la tensione sale, ovviamente, e il rischio è massimo. Ma Gibson supera gli ostacoli, l’imponente e minaccioso servizio di sicurezza messo in piedi da Javi, e arriva nella sala operatoria senza sforzo apparente. In un batter d’occhi, cioè in uno stacco di montaggio che tronca i percorsi e sutura in un sol colpo i tempi e gli spazi. È la pura sostituzione di un segno al corpo. Rinuncia necessaria, dopo il braccio mozzato di The Beaver, specchio definitivo di tutti gli eccessi, le ossessioni, gli impulsi autodistruttivi.

 

Probabilmente è questione d’età, carenza di stuntman. Ma è splendido il modo in cui Gibson attraversa il set senza sporcarsi o bagnarsi (l’ombrello), con la leggerezza funambolica di un pickpocket inafferrabile. Perché in quell’incedere lieve si avverte la compiuta trasfigurazione di un corpo/divo in un fantasma, che s’infiltra nel sistema e lo manda a monte. Hollywood è avvertita. Non ci sarà solo l’imitazione tenera e beffarda di Clint Eastwood, il grande vecchio. Gibson è libero. Get the Gringo.

 

Titolo originale: Get the Gringo

Regia. Adrian Grunberg

Interpreti: Mel Gibson, Kevin Hernandez, Daniel Giménez Cacho, Jesús Ochoa, Dolores Heredia, Peter Stormare, Dean Norris

Distribuzione: USA, 2012

Durata: 95’

Origine: Eagle Pictures

8 commenti

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    "È la pura sostituzione di un segno al corpo."

    Ma avete rotto il cazzo voi e questa stronza analisi semiotica di ogni film.

    "Perché in quell’incedere lieve si avverte la compiuta trasfigurazione di un corpo/divo in un fantasma"

    Chissà quante volte avete scritto quest'altra cazzata del CORPO FANTASMA…

    Meritate l'indifferenza.

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    pasto indigesto. lasciate pure che gli indifferenti scrivano le loro bordate inutili e im/motivate. Vi sprono a proseguire, invece, perchè la vostra scrittura è uni nel web, il resto è solo banalità e noia. grazie (ho visto che per alcuni articoli avete messo la donazione, che cifra minima ha senso versare? e perche non lo fate su tutti gli articoli?)

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    unica nel web, volevo scrivere

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    Penso che il DAMS sia molto più divertente di questa rivista che immagina di saper far luce su un film in senso critico. Fa non solo ridere ma anche pena leggere su diversi film queste "analisi" che usano parole come "corpo" e "fantasma" tirando poi la linea del cinema mondiale, del cinema hollywoodiano, delle sue ideologie di cui si presume di illustrare il cambiamento imminente, sottile, latente e via dicendo attraverso un solo film. È proprio il pensare di avere una visione di insieme grande quanto il cinema e i suoi tempi che fa proprio pena.

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    Fuori dalla razza umana!!!

  • frank serpico
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    il fatto che questa rivista ti conceda liberamente di esprimere giudizi e insulti pesanti è il vero fatto ammirevole. Il fatto che uno dica "meritate l'indifferenza" e poi scriva pistolotti pieni di bile merita la vera compassione. C'è gente così, ridiamoci su…

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    infatti, grande @frank serpico! La diversità di questo sito sta proprio nel modo in cui vi approcciate visceralmente ai film, ed è quello che mi fa amare quasi tutti i vostri articoli. non cambiate per nessun motivo! figuriamoci poi per un pasto indigesto hihihihihih!

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    culturalmente incivili.