(Video)lettere dalla fine del mondo

E se nel tempo bizzarramente dilatato e pre-apocalittico della pandemia il cinema fosse la cura? E l’immagine, unica àncora immanente a cui aggrapparsi nel mare del tedio e della paura, la terapia?

È l’interrogativo sul quale c’invitano a riflettere gli ideatori del progetto Pre-Apocalyptic Letter to the Universe : «collaborazioni artistiche create per guarire, esprimere sentimenti, rispondere a domande e mantenere corrispondenze attraverso le arti audio-visive», racconti catartici per immagini di ogni tipo, brevi, lunghe, orizzontali o verticali. Una moltitudine frammentaria con un solo imperativo: che siano creazioni domestiche pensate per viaggiare nell’etere e raggiungere la collettività. Missive salvifiche dalla fine del mondo. Perché è il processo creativo ciò che conta, non il prodotto. Appunto, la terapia.

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Così, reclusi chi più chi meno comodamente, cerchiamo insieme un modo di guardare costruttivamente oltre la siepe, per costruire un ‘dopo’ e, producendo immagini, dare testimonianza del presente.

In tempi non sospettamente pandemici si era inaugurata quella stagione dei videodiari che raggiunge oggi la sua consacrazione: fioriscono altre, numerose, esperienze videodiaristiche su iniziativa più o meno spontanea di registi, attori e associazioni – come #gliSbalconati, mini-webserie pensata dal documentarista Gianfranco Pannone, o MyLockdown ideata dal gruppo di Made In Roma Est – o indette in via ufficiale da istituzioni cinematografiche ed esercenti: come ad esempio #ildiariodellachiusura, raccolta ‘in pillole’ di film e cortometraggi di successo «del passato e del presente», gestita dal Nuovo Cinema Aquila, che ieri ha poi lanciato sulla propria pagina facebook il contest Andrà tutto bene – Diari filmati ai tempi del coronavirus.

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A far da fil rouge camerette, terrazze e balconi, che diventano protagonisti assoluti di questi ‘kammerspielfilm’ forzati, location predilette dei nostri quotidiani racconti sulla soglia. I vetri delle finestre sono il tramite, lo schermo – quasi filmico – attraverso cui sognare, il filtro delle nostre emozioni. From Your Window To Our Screen è anche il titolo della call for videos internazionale ideata dal gruppo romano di Rigenera, formato da Marco G. Ferrari, dal regista Lyric De la Cruz e dalla docente Donatella Della Ratta. I video raccolti, provenienti da tutto il mondo, sono poi proiettati con cadenza settimanale sui palazzi di fronte al ‘Marco Asilo’, la casa ospitale, nel quartiere del Pigneto, accompagnati da film accuratamente selezionati. Lo scorso venerdì i fortunati abitanti del vicinato hanno potuto assistere alla visione de The Cameramen di Buster Keaton abbinato ad una serie di videoracconti tra cui un lavoro del regista premiato alla scorsa Berlinale, Fabio D’Innocenzo.

Ma i videodiari oltre a fornire una dolce catarsi ai nostri tristi cuori in quarantena, una piacevole evasione dalla routine domestica, possono farsi anche, al contrario, strumento di presa di coscienza e di analisi attenta della situazione. Molte delle iniziative e delle challenges rispondono a questa volontà etica, laddove non esplicitamente politica, di raccontare la crisi e lo ‘stato di emergenza’, anche in risposta ad una certa vulgata mediatica.

Incadenza Film, ha indetto il Virus Project, una chiamata a videoraccontare un presente orwelliano in cui siamo poco o per nulla tutelati, ed a ricercare pratiche creative di resistenza. Anche il neonato gruppo delle Mujeres nel Cinema che tiene insieme le lavoratrici di molti settori dell’audiovisivo ha gettato le basi per un documentario collettivo figlio della quarantena: si chiama Tutte a casa – Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19. Un ritratto corale con lo scopo di «documentare il rapporto tra donne e lavoro ai tempi del coronavirus: che cosa è cambiato finora, che cosa ancora cambierà. Un vero e proprio ‘diario emotivo’ delle donne che sono costrette ad andare a lavorare fuori casa, di quelle che invece possono lavorare da casa e di quelle che non possono fare né l’una, né l’altra cosa». E dal mondo si pensano modi creativi di essere utili alla collettività: tra gli scopi del My Darling Quarantine Short Film Festival, che ogni settimana presenta alla comunità cinefila internazionale una selezione di cortometraggi di tema distopico, è quello di sostenere tramite un crowdfunding i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo che in questo momento vivono in condizione di grande precarietà economica o istituzioni come Medici senza Frontiere.

L’incertezza sicuramente regna sovrana in questa strana primavera, non si sa che forma e consistenza avrà il nostro e l’altrui futuro, ma tutto questo affastellarsi di videolettere e videodiari, film e frammenti dalla fine del mondo, ci lascia una certezza: le immagini, almeno loro, resteranno.