VIII ASIAN FILM FESTIVAL – "Monga", di Doze Niu


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MongaUscito nelle sale taiwanesi appena cinque mesi fa, Monga viene già presentato al pubblico occidentale con l’aura dell’oggetto di culto. Il film che è riuscito in patria a battere Avatar al box office e a creare fenomeni di idolatria degni della saga di Harry Potter. Insomma, da qualche parte nel mondo, il cinema riesce ancora a incidere la carne viva della società. Riesce ancora a dialogare con l’inconscio collettivo creando cultura nel senso più popolare e antropologico del termine. E questo è solo uno dei pregi di questo film. Perché nella storia (classicissima) della formazione di una giovane gang di strada che pian piano riesce a scalare le gerarchie delle triadi locali, per poi implodere in sé stessa corrosa da inevitabili tradimenti tra “fratelli”, si aggirano fantasmi e archetipi di tantissimo cinema recente e passato. Lo spettatore è continuamente “strattonato” in causa da una giocosa rielaborazione di tanti miti comuni, che vanno dai neonoir honkonghesi di John Woo, Ringo Lam o Johnnie To, sino ad arrivare all’amato cinema hollywoodiano posto su un piedistallo come evidente nume tutelare (citati quasi letteralmente West Side Story, Quei bravi ragazzi e Il Padrino). Ma tutto questo armamentario citazionista non diventa mai pesante fardello per la narrazione, che trova anzi giovamento proprio nella rimediazione di tanti materiali condivisi. Rimediazione operata per mezzo di una messa in scena che unisce tra loro linguaggi variegati: dall’inverosimiglianza spinta del cartoons all’estetica del videogioco; dal burlesque classico alle geometrie del wuxiapian. Linguaggi che dialogano fra loro con la velocità dell’intertestualità internettiana che tutti noi siamo ormai abituati a maneggiare ed accettare.
MongaMa
Monga è anche un film che riesce a costruire un universo di coordinate interne tra i tanti personaggi che raggiunge un equilibrio mirabile. Sentimenti come la rabbia filiale, l’amore romantico o l’amicizia virile (esemplificativa come poche la bella sequenza finale dello scontro fratricida tra i due protagonisti amici/nemici) non naufragano in questa turbinosa messa in scena, ma vengono messi in risalto e colpiscono lo spettatore con quella elementarità di approccio che solo il cinema classico sapeva rendere. E ancora, la scansione interna dei tempi: una prima ora coloratissima e coreografata come un balletto di strada che pian piano si spegne (anche fotograficamente) facendo spazio ad un’ultima parte che diventa quasi cupa e solenne nella sua ineluttabilità da dramma shakespeariano, denota una sapienza nel maneggiare i meccanismi di regia cinematografica già ottima per un regista che è solo al suo secondo lungometraggio.
Insomma il film di Doze Niu dovrebbe essere provocatoriamente proiettato ad una platea di produttori, sceneggiatori e cineasti italiani per riscoprire cosa sia il famoso “cinema medio” di cui tanto si sente la mancanza nel nostro Paese. Un cinema che riesca ad essere intelligentemente commerciale senza rinunciare a niente nello sperimentalismo sui linguaggi. Che riesca ad essere sfrontatamente elementare eppure latore di una buona introspezione e complessità. Come Monga, appunto, sa essere. Non certo un capolavoro, non certo un film rivoluzionario, ma semplicemente cinema nella sua accezione più spettacolare ed aggregante.