Violent Cop, di Takeshi Kitano

Opera prima di Takeshi Kitano devastante per intensità e cinismo, in cui i movimenti astratti dei personaggi riflettono un dolore incontenibile. Su Prime Video

Il debutto alla regia di Takeshi Kitano avviene per caso, prendendo il posto di Kinji Fukasaku e modificando il registro da comico a drammatico. Prendono forma le caratteristiche di un cinema schizofrenico che contrappone la pausa meditativa all’eruzione improvvisa della violenza, un nichilismo disperato a momenti di tenera malinconia.

Azuma (Takeshi Kitano) è un poliziotto che usa metodi molto sbrigativi per combattere il crimine (come modello sembra ispirarsi all’ispettore Callaghan). Ha una moglie gravemente malata e una sorella con problemi mentali; quando scopre che il suo collega Iwaki (Sei Hiraizumi) è invischiato nel narcotraffico si innesca una reazione a catena vendicativa che farà spargere fiumi di sangue.

Al ritmo di Gnossienne di Erik Satie, velocizzata e giapponesizzata da Daisaku Kume, il livello di frustrazione e di violenza passa più volte la guardia. Si inizia con dei bulletti che massacrano di botte un povero vecchio edentulo così per vedere l’effetto che fa (il modello è Arancia meccanica), per arrivare a 23 schiaffi di fila che Azuma rifila ad uno spacciatore per estorcergli una confessione. La rabbia interiore di Azuma è auto-distruttiva e si nutre sia dei suoi gravi problemi familiari che della totale anarchia in campo professionale dove è mal visto da colleghi e superiori.

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Kitano impone il proprio punto di vista disilluso esagerando nei long take (molto particolare quello di Azuma sul ponte) e nei lunghi silenzi catatonici. Si scatena in lunghissimi inseguimenti a piedi e in macchina che omaggiano Il braccio violento della legge di Friedkin. Predilige le riprese oblique, le facce a metà, i corpi tagliati a livello delle spalle come manichini senza testa. Per farlo litiga con la troupe e con il direttore della fotografia Yasushi Sasakibara che invece tenta di trascinare il film dentro i giochi di luce del locale pubblico o nei chiaroscuri della vita notturna.

Lo stile di Kitano arriva al massimo dell’astrazione nella scena dello stupro della sorella ripreso con una distanza asettica ma non meno perturbante.  Il modello ispirativo non è solo il Dirty Harry di Don Siegel ma anche il giallo all’italiana di Sergio Martino (La coda dello scorpione) e il poliziottesco di Umberto Lenzi (Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata). I suoi personaggi sembrano marionette disarticolate, burattini del teatro Bunraku che spesso compiono azioni meccanicamente, come arco riflesso di un dolore inesprimibile.

Kitano non lesina dettagli cruenti come la mazza da baseball data in testa a un poliziotto e il taglio delle dita della mano dello spacciatore in bilico nel vuoto. Rispetto ai film successivi come Sonatine e Hana-Bi il lirismo che nasce dalla propria inadeguatezza di fronte al mondo è qui solo accennato. Poi arriva il finale dove la follia prende il sopravvento e il morire è l’ultima speranza, con stupendi giochi espressionisti di luce che trasformano i personaggi in fantasmi. Lo spettacolo è un mattatoio desolante (“qui sono tutti impazziti”). Poi il ciclo della vita ricomincia con le solite nefandezze, il burattinaio è sempre lo stesso, cambiano le marionette. Altro giro, altre mazzette; con la complicità dei colletti bianchi che fanno finta di non vedere.

Opera prima devastante per intensità e cinismo, Violent Cop è il biglietto da visita di un autore che pur ispirandosi a diversi generi riesce a manipolarli in maniera originale creando immagini che riflettono un netto distacco dalla società del proprio tempo. Non serve guardare il mare o cercare di insegnare a degli adolescenti cosa significa il rispetto del prossimo. Kitano è come Van Gogh, la sua follia autodistruttiva è un tentativo di resistenza estrema. Dipinge un quadro di psicosi progressiva in cui l’autolesionismo è l’ultimo gesto artistico possibile. L’auto-sabotaggio riguarderà anche parte della sua produzione recente. Ma, Kitano è il primo a saperlo, “la tristezza durerà per sempre”.

 

Titolo originale: Sono otoko, kyôbô ni tsuki
Regia: Takeshi Kitano
Interpreti: Takeshi Kitano, Maiko Kawakami, Makoto Ashikawa, Shirô Sano, Sei Hiraizumi, Hakuryû, Mikiko Otonashi, Ittoku Kishibe
Durata: 103′

Origine: Giappone, 1989
Genere: azione

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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