Visions du Réel 2020. L’acqua, l’insegna la sete – Storia di Classe, di Valerio Jalongo

L’acqua, l’insegna la sete scriveva Emily Dickinson, forse invitando a cercare di migliorare la propria vita anche nel proprio piccolo; quando si è abituati a fare piccoli passi, anche un semplice balzo può essere una conquista straordinaria, non importa quanto avanti si volesse andare inizialmente. Bisogna quindi cercare di apprezzare ciò che può dare la vita anche nei momenti più bui e ardui. E forse era questo che intendeva il professor John Keating di Robin Williams ne Lattimo fuggente quando diceva che scegliere la poesia significa scegliere la vita.

In questo film documentario, selezionato dall’edizione digitale del festival di Nyon in corso, il regista Valerio Jalongo vuole affrontare questa questione a partire dal fallimento del sistema scolastico, passando per le problematiche economiche e lavorative attuali del paese fino al come i protagonisti del documentario sono riusciti a rendere grandi delle piccolezze.

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Sull’onda della poesia della Dickinson, il professor Lopez ritrova tutto il vecchio materiale – compiti, pensieri, un video diario – della classe 1ª E dell’istituto Roberto Rossellini di Roma, da lui conservato quindici anni prima. Nel liceo Rossellini è consono nel campo audio-visivo girare filmati sulla vita scolastica all’interno dell’istituto; grazie a queste testimonianze il professore ha potuto fare un tuffo nel passato, ricordando il come molti di quegli studenti non abbiano mai terminato la scuola, cosa che per lui rappresenta un’amara sconfitta per l’istruzione.
Il docu-film parte proprio da quel video-diario, che consente al professore, al regista e a noi spettatori di scoprire cos’è rimasto di quegli anni passati e cos’è successo a quegli alunni, oggi trentenni. Alternando passato e presente, con le riprese del passato che abilmente riescono a non inquinare quelle del presente ma anzi coesistono perfettamente come se sin dall’inizio fosse stata quella l’intenzione delle riprese, attraverso sia le dichiarazioni e confessioni registrate sul nastro che quelle nuove, si scopre che nel corso degli anni non tutto è andato come ci si sarebbe aspettato, con tanti momenti difficili, delusioni e sconfitte. Nessuno dei ragazzi protagonisti è riuscito a realizzare quello che aveva dichiarato quando aveva quattordici anni, sia perché la vita può portare a strade diverse che per il fatto che in realtà spesso la scuola non ti prepara realmente a scegliere la propria professione o ad affrontare il mondo al di fuori dell’istituto.

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Quella della 1ª E è una storia comune a tante altre classi, spesso vittime di un sistema scolastico che tende a dividere, screditare e isolare chiunque rimanga indietro o sia più difficile da istruire piuttosto che impegnarsi a guidare e valorizzare ciascuno degli studenti. Questo perché anche dietro ogni ragazzo difficile, insicuro o fragile si cela una storia, e all’interno non si hanno il tempo o le risorse per conoscerle. Yari, Jessica, Lorenzo, Gianluca, Corinna e Alessio sono i protagonisti di quella classe andata perduta. Tra le parole dei loro vecchi temi d’italiano, custoditi con interesse dal loro professore – dal momento che tanto sarebbero stati archiviati e mai più letti – arrivano sentimenti forti, tipici dei ragazzi di quell’età, che hanno bisogno di vivere e soprattutto di esprimersi e sfogarsi. Forse nemmeno così tipici come si crede: da quei ragazzi da cui nessuno si aspettava niente venivano fuori racconti amari, sofferti, poetici. Riuscendo a cogliere quell’attimo in cui tutto sembra ancora possibile, in cui tutto può ancora cambiare. Perché è anche questo che il film documentario riesce a fare, attraverso quelle testimonianze così sentite: credere nelle seconde opportunità

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Come ne L’attimo fuggente, anche il professore Gianclaudio Lopez è qualcuno che ci teneva, che ha sinceramente provato a istigarli allo studio, quasi diventando una sorta di intrattenitore per invogliarli a mostrare interesse; ma lui da solo non è purtroppo stato in grado di opporsi a un intero sistema atto a portare spesso alla deriva dell’individuo, incapace in molti casi di esaltare gli studenti e farli appassionare e che viene quindi inevitabilmente sconfitto dalla noia e dal disinteresse di tanti ragazzi che non riescono a vedere alcun valore nell’istruzione. Ciò nonostante, alcuni di questi sono riusciti comunque a dare un senso alla propria vita, o ci hanno perlomeno provato. Anche se si smarrisce la propria strada nulla impedisce di seguirne un’altra: nonostante le falle della nostra società, fintanto che si riesce a trovare valore anche nelle piccolezze, la propria vita potrà sempre essere straordinaria.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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