Visions du Réel 2020 – The Other One, di Francisco Bermejo

Vincitore della sezione Burning Lights del festival Visions du Réel, l’esordio del documentarista cileno è una parabola morale dell’uomo alle prese con isolamento e alterità. Potente e attuale.

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Ne L’Ultimo nastro di Krapp Samuel Beckett immagina il suo personaggio solo, anziano e sfatto, intento a riascoltare, come ad ogni suo compleanno, nastri da lui stesso registrati quando era giovane, ed a registrarne poi, per l’occasione, di nuovi. Una conversazione a “due” voci, quella del Krapp anziano con il se medesimo di un tempo, fatta di tic, deliri allucinatori, movenze strambe e nervose, creata dalla magistrale penna del drammaturgo irlandese, che di fatto può esser letta come uno dei migliori ritratti del significato profondo del (con)vivere con un disturbo psichico e in compagnia dei nostri propri demoni.

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Come messo in evidenza dalla giuria al momento dell’assegnazione del primo premio Sesterce d’Or Canton de Vaud della sezione Burning Lights di quest’edizione straordinaria online del Festival di Nyon-Visions du Réel, Óscar, il protagonista di The Other One, documentario d’esordio del regista cileno Francisco Bermejo, si presenta a tutti gli effetti come una creatura beckettiana: da più di quarant’anni vive isolato in una remota località cilena sulla costa del Pacifico, mosso dal desiderio di cavarsela da solo, di sentirsi libero nuotando, pescando e cacciando, senz’altra compagnia che quella di libri, musica e natura. Un anacoreta intellettuale – Anacoreta era infatti il primo titolo scelto dall’autore – ossessionato dalla lettura dei classici; di uno in particolare, Moby Dick. Il testo di Melville è il compagno costante, l’amico, la guida spirituale di quest’uomo solo. Una sorta di nastro di Krapp da riavvolgere a piacimento, lanciandosi costantemente con la mente a caccia della mitica balena bianca.

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Eppure in questa solitudine ascetica, in questo silenzio letterario, misteriosamente, non è solo. C’è qualcun altro a vivere con lui. Qualcuno la cui presenza mina e logora pian piano, come un’onda sullo scoglio, quello spirito di libertà e indipendenza che l’ha portato lontano dai ritmi e dagli oneri della vita vissuta in società. Un qualcuno impossibile da scacciar via, una sorta di bizzarro coinquilino, una seconda personalità infestante e molesta.

Esasperando sullo schermo la dualità psichica del suo protagonista, Bermejo mostra allo spettatore due personaggi distinti: un essere selvaggio, quasi mitologico, totalmente immerso nella natura, ed uno colto, divoratore di libri e che abita una casa piena di oggetti d’ogni sorta. Si tratta però d’un miraggio, un trompe l’oeil cinematografico. Nella realtà Robinson Crusoe e Venerdì sono obbligati a convivere, non senza problemi e liti, in un solo corpo. Il regista sembra dirci allora che l’AltroEl Otro è il titolo originale definitivo – non solo è prima di tutto dentro di noi, ma che talvolta è talmente diverso e insopportabile da noi da essere lui stesso l’agente della nostra schiavitù e della nostra follia.

Se ad un primo sguardo l’intera vicenda potrebbe apparire lontana e folkloristica, via via si fa strada in noi una certa sensazione di familiarità ed empatia. Da antropologi ci facciamo suoi simili e ci viene da domandarci: «Ma se questa non fosse una prerogativa di Óscar? Se non fosse solo un problema da “liquidare” dietro la maschera della schizofrenia clinica, della malattia, ma al contrario un’insidia comune che si cela dietro ad un così lungo isolamento?». Più che la testimonianza documentaria di una scelta di vita, The Other One, sembrerebbe infatti una parabola, o forse un racconto morale – in senso leopardiano – denso di significato.

Mai come in questa era geologica e antropologica, reduci o quasi da mesi di lockdown globale si può esser più concordi nell’affermare che la vera sfida della clausura, dell’eremitaggio, anche se volontario o fatto nel più paradisiaco luogo del mondo, è innanzitutto la lotta con(tro) noi stessi. Privati del contatto fisico e in taluni estremi casi persino del dialogo che ci fa umani, l’unico contatto possibile con l’alterità è proprio in noi, con i demoni e i fantasmi che infestano il nostro corpo, con i sogni e le paure che affollano la mente ed infine, senza dubbio, con la natura che ci ospita.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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