Vita terrena di Amleto Marco Belelli, di Luca Ferri

Dal Torino Film Festival una sorta di quarto capitolo apocrifo della “trilogia domestica”: Ferri continua anche attraverso il web la sua opera di catalogazione di materiali deteriorabili e fallaci

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Vita terrena di Amleto Marco Belelli è una sorta di quarto episodio apocrifo della “trilogia domestica” di Luca Ferri, aperta dal magnifico Dulcinea e chiusa da La casa dell’amore. Istintivamente, la connessione più esplicita è quella con Pierino, l’altro “videodiario” realizzato dal cineasta: già lì Ferri abbracciava la retrocessione della forma sulle sue immagini sempre curatissime verso la rarefazione decomposta del vhs. Per 52 settimane, il protagonista raccontava la sua routine quotidiana all’obiettivo, esattamente come fa in questo nuovo film il personaggio che l’Italia catodica conosce come il Divino Otelma. Si tratta di testimonianze raccolte durante il 2020, e dunque tra un lockdown pandemico e l’altro: Ferri utilizza l’espediente della videochiamata per raggiungere Belelli nella sua abitazione genovese, e piano piano questi incontri a distanza con il medium si trasformano in “videoconferenze” che coinvolgono personalità e studiosi di area diversa, che danno il loro contributo a definire la figura del protagonista (sono voci che ascoltiamo e però non vediamo mai, il quadro è fisso sulla “finestra” di Otelma).
Ferri annette anche note vocali scambiate tra lui e Belelli, video girati con il telefono sia da lui che dal Divino (vere e proprie vertigini in cui il mago ripercorre e rievoca la sua città, dalle scuole elementari all’abitazione materna o a una passeggiata per via del Campo, commentando tutto con aneddoti e divagazioni), e non manca il repertorio dalla storia del personaggio, frammenti dalle prime videocassette, apparizioni in tv locali e addirittura un tentativo canoro. Il regista continua così la sua opera di catalogazione di materiali, tracce destinate al deterioramento, vite racchiuse in oggetti inutili, collezioni di cimeli fallati. La nostalgia per le cose indistruttibili che trapelava dal titolo-manifesto della produzione ferriana, Colombi, ha lasciato il posto all’evanescenza di immagini e voci trasportate dai codici binari di una connessione internet: gli spettatori più attenti del cinema di Luca se n’erano accorti da La casa dell’amore, che già era attraversato da videocall, stories, messaggi vocali e così via.

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Ecco, in un periodo in cui il “film da lockdown” girato su Zoom e simili è un canone già giunto a saturazione, Vita terrena di Amleto Marco Belelli riesce però ad assumere col progredire dei monologhi di Otelma una sorta di carattere rituale: che cosa c’è nel buio che circonda lo schermo ai lati del riquadro della webcam del protagonista, e che Ferri tenta di riempire con cifre e titoletti dei vari “discorsi”? Viene da citare Jonathan Lethem: Ti sei mai domandato perché il consumatore medio è a disagio con i film in letterbox, quelli con le bande nere sopra e sotto l’immagine? Quando il tuo sguardo scivola oltre il bordo dell’immagine in letterbox, ti ritrovi di fronte a quel che è incorniciato e proiettato in quel margine: dovrebbe essere qualcosa, e invece è nulla, una tenebra inquietante, una zona di negatività. La vera ragione per cui questi margini sono così spaventosi è che ci costringono a domandarci se non siano la cosa stessa.
E infatti Belelli parla sempre più spesso dell’esistenza di una dimensione “altra” al di là della morte e della nostra attuale incarnazione fisica, uno stato dal quale egli sarà in grado di comunicare con chi vorrà mettersi in contatto – e in qualche maniera è questo ciò che l’apparato del film sembra voler inseguire, imbastire (uso una parola che verosimilmente Ferri odierà) un metaverso in cui i pensieri, i ricordi e i segni lasciati dalla figura di Otelma si sgancino dal legame apparentemente indissolubile con l’involucro umano che li contiene, e si disperdano in maniera libera e disordinata tra i pixel e i bit.
Ancora una volta, all’interno di una poetica come quella di Luca Ferri che dà solo l’impressione di essere votata al processo razionale, un gesto di tenerezza disarmante, un’apertura di sentimento vivo e struggente, come l’amore riservato da Belelli alla madre adorata, e questo legame di amicizia inaspettata che si crea tra il regista e Otelma.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
4.71 (7 voti)
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