Viva la libertà, di Roberto Andò


Sono tante le linee di discorso che Roberto Andò tenta di intrecciare partendo da un pirandelliano scambio d’identità per riflettere “politicamente” sull’oggi, sul nostro post-catastrofe, sull’immediato futuro. Viva la libertà (grido di pasoliniana memoria) è un film chiaramente zavorrato dal suo programmatico impianto allegorico, ma che vive di una sua intima e bizzarra energia…

La Catastrofe. Morale, etica, economica, culturale… in una parola: “politica”. L’Italia è in preda ad un post catastrofe: come ripartire? Forse inventandosela la speranza, scriveva Albert Camus. Si dipanano da tali premesse le tante linee di “discorso” che Roberto Andò tenta di intrecciare in questo film, tratto dal suo stesso romanzo Il trono vuoto vincitore del premio Campiello 2012. Si parte dall’intimo prosciugamento ideologico e passionale del segretario del maggior partito d’opposizione, presentato come una statua incapace di (re)agire di fronte alla paura. Anche a quella – endemica in una certa parte politica, ogni riferimento alla sinistra italiana non è puramente casuale – di vincere le elezioni. E allora scappa il segretario, non può più subire il peso della responsabilità (fluide assonanze con il Papa morettiano), se ne va a Parigi a ri-trovare la donna amata in gioventù e a respirare una passione sepolta nella memoria: il Cinema, che sostituisce la pesante finzione della macchina politica con la leggera finzione dell’immaginare un set. Ma come colmare il vuoto di un così importante protagonista del ballo in maschera della politica? Con il suo gemello “matto” ovviamente, con il doppio per eccellenza, la variabile impazzita che immette il caos nella stagnazione e crea movimento.

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Lo spunto di partenza è tutto qui: un pirandelliano scambio d’identità che possa riflettere “politicamente” sull’oggi, un tempo di eterna campagna elettorale svuotato di ogni logica o prospettiva. Con la Francia vista ancora una volta come Terra Promessa di riscatto sentimentale e l’Italia in balia di una mediocrità ghiacciata sciolta solo dall’incoscienza di un fantasma. Da un uomo/doppio che ha già battuto la paura nell’inferno della depressione e per questo incarna l’unico Virgilio che ridesti “chi esita”: cita Brecht, parla di “coscienza della gente” e svanisce via con il suo carico di fertile ambiguità.

Certo: questo è un film chiaramente zavorrato dal suo programmatico impianto allegorico; che forza spazi e tempi scenici per (di)mostrare un pensiero; dominato da un Servillo scisso nel doppio ruolo che intasa un po’ troppo lo schermo con la sua istrionica presenza. Ma, nonostante tutto, Viva la libertà (grido di pasolinana memoria) è un film che vive di una sua intima e bizzarra energia: la riscoperta del valore etico delle parole, del potere insito in esse quando sono connesse a un sentire. “Le parole sono importanti” diceva Michele Apicella qualche anno fa… Ecco, in fondo non è nient’altro che un auspicio il film di Roberto Andò. Una sincera speranza al di là di qualsiasi strumentalizzazione (qui non si fa certo mistero della famiglia politica d’appartenenza, ma non è minimamente questo il punto): riscoprire un passato condiviso, riattivare passioni sopite, accettare le (proprie) tante identità per raggiungere la leggerezza. Quella paradossale leggerezza del guardare dritto in faccia la catastrofe.

Regia: Roberto Andò

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Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon

Origine: Italia, 2013
Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 95′

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