VIVO MORTO O X – La thymotica di LOGAN

Che tipo di universo è quello in cui abitiamo, se gloriandosi di essere una società della scelta lascia come unica alternativa disponibile a un consenso democratico imposto la più cieca impulsività? Il triste fatto che un’opposizione al sistema non riesca a presentarsi come alternativa realistica, o perlomeno ad articolare un progetto utopico sensato, ma solo a prendere la forma di un’insensata esplosione, è un grave atto d’accusa contro la nostra situazione. A che cosa serve la nostra sbandierata libertà di scelta, se l’unica scelta è fra il seguire le regole e la violenza? Slavoj Žižek

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Vivo

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E’ vero, come scrive Simone Emiliani, che l’apparizione di Logan in coda al programma della Berlinale è stata come un lampo fuori posto, il sabotatore inaspettato che manda all’aria la grigia seriosità del rimuginare festivaliero berlinese: e però al contempo lo straordinario film di Mangold sembra portare con sé, complice la collocazione nelle ultime giornate della manifestazione, le suggestioni più potenti che Berlino ha lasciato a sedimentare, e sopra a ogni altra cosa un senso disperato e rigenerante della rabbia.

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Dio solo sa se non abbiamo bisogno di corpi e sguardi in grado di veicolare la rabbia dei nostri tempi per lasciarla libera like a rolling stone, come sugli end credits del giovane Karl Marx di Raoul Peck, autore-folgorazione dell’anno con la sua rieducazione allo scardinamento dell’immagine istituzionale che, per forza di cose, non può che partire da quello che non (I am NOT your negro).
Tra gli spasmi adolescenziali del film più irresistibilmente noise del Concorso, Colo di Teresa Villaverde, e la resistenza genuinamente punk al senso imposto delle politiche migratorie internazionali operata dal capolavoro di Kaurismaki, il Wolverine scartavetrato di Logan si carica addosso tutto il furore delle categorie – sociali e (dis)umane – a cui il potere non garantisce oggi il diritto alla “thymós”, termine con cui i greciaddio-moresco intendevano la volontà, il desiderio, la brama, e l’ira, come ci ricorda un pensatore fondamentale in quest’ottica come Peter Sloterdijk.
Ben oltre al livello di engagement anti-Trump subito evidente nella parabola dei piccoli clandestini multietnici da portare in salvo al di là del muro di confine con il Messico (!), il film primordiale, secco e impetuoso di Mangold rivela un’anima rabbiosa e istintivamente animalesca proprio nel suo scagliarsi, senza nascondersi dietro gli orpelli dell’evanescenza da cinecomic, contro la fabbrica del controllo e della sorveglianza totale, della tracciabilità di Stato, dell’indicizzazione catastale.

Morto

In questo Logan è un’opera pazzescamente vicina all’urlo di dolore e incazzatura insostenibile di un romanzo radicale come L’addio di Antonio Moresco, pubblicato pochi mesi fa: anche l’immenso Moresco tentava lì l’esperimento di ridurre il genere alle proprie traiettorie denudate con un gesto di riappropriazione di un’urgenza narrativa da riaffermare, per infilarci dentro infatti i destini intollerabilmente violenti dei suoi personaggi, non a caso ancora bambini-cavia e un detective-traghettatore a metà tra due dimensioni, dalla fisicità vistosamente alterata, dalla mostruosità esibita.
Logan, che è un ulteriore addio, e il romanzo di Moresco spartiscono l’individuazione del nemico nel dispositivo panottico, nell’entità superiore innalzata dalla linfa luminosa delle infinite connessioni perpetue che inglobano e ingabbiano tutti gli angoli del pianeta, fino a farti scontrare con il doppio di te stesso che ti stava aspettando nascosto tra le dimensioni, clonato tra le pagine. E’ chiaro, una delle intuizioni più forti di Mangold sta nell’introduzione del fumetto degli X-Men come elemento narrativo concepibile nell’universPlaylisto di riferimenti del suo Wolverine, ma è emblematico che l’indicazione per la via di fuga sia nascosta proprio tra le vignette di una storia inventata sui mutanti, fatta tra l’altro realizzare appositamente da Joe Quesada e Dan Panosian.
La salvezza non è più una breccia nel muro, ma è dipinta invalicabile sul muro stesso (e l’economia formale di Mangold è tale da “risolvere” un flashback sull’amore di Wolverine proprio sfruttando nuovamente un paio di vignette dell’albo a fumetti che Logan sfoglia, e che ne raccontano la tragica fine).
Come si scappa allora dalla connettività forzata, dallo sfruttamento del tempo condiviso che diventa antenna ancorata come escrescenza indissolubile del nostro doppio? Proprio recuperando il bisogno e la centralità della propria estraneità, del definirsi e stagliarsi in quanto corpo estraneo (siamo tutti Calibano nascosti al buio per non diventare “consumatori della nostra stessa vita”, per usare una formula cara a Jeremy Rifkin), come un albo a fumetti dentro una storia di supereroi, o il detective morto nel mondo dei vivi de L’addio.

X

Sul diritto a rimanere estranei, dunque anonimi, si basa la resistenza in grado di disinnescare le pratiche coercitive del contemporaneo, il potere esplosivo di una X che sostituisca una croce sopra ad una lapide, il disinnesco del mito ottuso dell’inclusione su cui Mangold batte ferocemente: mito perpetuato, per dire, anche dai recenti Oscar 2017 (quell’i’m included nel discorso di ringraziamento di Casey Affleck, ad esempio, si è mostrato già come la menzogna abissale quanto cristallina che è, sorta di rovesciamento della parabola del personaggio di Casey in Manchester by the sea, dov’è una figura mai davvero riconciliata, legata per l’appunto ad una estraneità importante, e capace di sfogare la propria rabbia solo per brevi assalti autopunitivi).
Banksy-Walled-Off-Hotel-2017-7

Tutto questo ci ricorda come, per dirla ancora con Žižek, il movimento dall’esteriorità di un azione al suo “significato interno”, la narrazione per mezzo della quale l’agente la interpreta e la giustifica, avviene in direzione di un mascheramento ingannevole. L’esperienza delle nostre vite dal di dentro, le storie che ci raccontiamo per dar conto di quel che noi stessi facciamo, sono fondamentalmente bugie. Al contrario, ala verità è fuori, nelle nostre azioni, in quel che facciamo. Dove incanalare allora i “punti di raccolta dell’ira” di cui parla Sloterdijk in questa “prospettiva del mondo” in cui le barricate sembrano ergersi in una zona di mezzo tra le mura solide di pietra e i confini interiori all’incrocio tra volontà e immaginario?
Sono pronto a scommettere che tutti i ragazzini salvati da Hugh Jackman vivano adesso nel Walled Off Hotel che Banksy ha appena fatto costruire di fronte al muro di Betlemme.
Corpo estraneo per eccellenza perfettamente speculare al simbolo dell’occupazione israeliana, l’hotel è fatto di camere “vista muro” decorate da opere dello street artist e di artisti palestinesi.
Un ennesimo limbo sospeso tra la vita (interna) e la morte (esterna – o viceversa?) su cui costruire un edificio di fuga puramente apparente e “creativa”, una provocazione da gift shop: “il mio commercialista sostiene che le persone avranno paura di venire qui, a causa della location militarizzata e rischiosa”, dice Banksy (via Arttribune), “i muri vanno molto di moda in questo momento, ma io me ne sono occupato molto prima che Trump li rendesse cool”. Chissà se in una delle stanze a tema che l’albergo propone agli eventuali turisti c’è uno schermo che trasmette Il cavaliere della valle solitaria