Vizio di forma, di Paul Thomas Anderson

vizio di formaUn immaginario delirante, drogato, di nebbi, filtri, luci al neon. Che resuscita Marlowe, pone Joaquin Phoenix in balia tra Buster Keaton e Drugo di Il grande Lebowski ed esalta una ballata dall'aldilà come in Magnolia e porta il noir verso il futuro passando per Hawks, Aldrich e Altman. Un tunnel pieno di ostacoli dove però alla fine il cinema del regista ne esce ancora più alla grande.

joaquin phoenix e katherine waterson in vizio di formaDiventa una sfida sempre più estrema il cinema di Paul Thomas Anderson. Come se nell'ambientazione non c'è più ricostruzione ma solo l'impulso a surfare col tempo, a starci con una tavola sopra per galleggiarci e tenersi in piedi in equilibrio precario. Dalla fine dell'800 di Il Petroliere, alla fine degli anni '40 di The Master, dei '70 di Boogie Nights, i viaggi nel tempo rappresentano soprattutto un'immersione, il ritorno su un periodo per riviverlo prima, reinventarlo poi, plasmarlo attraverso il proprio cinema alla fine.

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Non c'è filtro tra lo sguardo di Anderson e quello che filma. Sembra una continua apnea in un cinema che, anche in Vizio di forma, utilizza i personaggi come spettri che riprendono vita solo per la durata del film. Anche quest'ultimo film di Anderson annega nelle nebbie, nei fasci blu e rossi, della fotografia di Robert Elswit che ha sempre collaborato col cineasta ad eccezione di The Master, dove gli ambienti si deformano, opprimono ma non soffocano proprio per la loro continua elasticità. Sono profondi, ma sembrano piani. Quasi per proiettarci dentro quei personaggi. Non più corpi ma figure immateriali proprio provenienti da quei fasci di luce cinematografici. E Joaquin Phoenix diventa l'ideale attore-marionetta, mosso non da uno sguardo impostore, nel senso che s'impone, ma proprio dal desiderio impossibile di far coincidere il pensiero con la messinscena. Ed ecco perché nel cinema del regista sembrano esserci quei continui tempi lunghi, quelle pause che in realtà non sono che tempi sospesi, dove all'interno dell'inquadratura non ci sono solo i movimenti fisici ma anche quelli della mente. Che si combinano. Che si scontrano. Sta qui la differenza, essenziale e decisiva, tra Anderson, rispetto a cineasti come Inarritu, Nolan, Haneke e Dolan. Quelli che con una finta democrazia che può esaltare il coinvolgimento, toccare nervi scoperti, trascinare dentro un universo visivo delirante, in realtà guida ogni movimento dello sguardo e sposta la testa dello spettatore a suo piacimento.

joaquin phoenix e josh brolin in vizio di formaAnche Vizio di forma è un film che sembra essere più cerebrale degli altri diretti da Anderson, che sembra portare il cinema del regista in una specie di vicolo cieco. In realtà avviene il contrario. Se Il Petroliere poteva sembrare il punto d'arrivo, altissimo certamente, ma dove si faceva fatica a immaginare quali strade future avrebbe preso il suo cinema, The Master prima e, ancora di più, Vizio di forma ora, invece hanno aperto, anzi squarciato, nuove direzioni. Dove le strade sono tantissime, anche troppe. Sono labirinti prima oppressvi che poi si aprono verso il mare aperto. Proprio come la straordinaria parte finale di The Truman Show.

1970. Los Angeles. L'investigatore Doc Sportello (Joaquin Phoenix) rivede la sua ex, Shasta (Katherine Waterson) che gli chiede aiuto; c'è infatti un piano per rapire l'uomo con cui la ragazza ha ora una relazione, il miliardario Mickey Wolfmann (Eric Roberts) messo in atto dall'ex-moglie e il suo attuale compagno. Le indagini non fanno neanche in tempo a partire che il detective viene accusato di omicidio dall'ispettore Bigfoot (Josh Brolin). Inizierà così in tormentato percorso che lo porta a contatto con stravaganti personaggi: tossici, rocker, musicisti, surfisti, assassini e un'entità misteriosa, Golden Fang.

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joaquin phoenix e reese witherspoon in vizio di formaDalla spiaggia di Gordita Beach. Uno squarcio che è un quadro che poi si anima. Da lì parte l'inizio di un'altra sfida estrema, il primo adattamento per il grande schermo del romanzo omonimo di Thomas Pynchon che è seguito piuttosto fedelmente dal regista; anzi, durante la prima stesura, aveva trascritto riga per riga tutte le 384 pagine del libro.

Vizio di forma resuscita Marlowe, pone Joaquin Phoenix in balia tra Buster Keaton e Drugo di Il grande Lebowski ed esalta una ballata dall'aldilà come in Magnolia. Journey Through the Past di Neil Young addolcisce ma non smussa gli angoli duri di un film che travolge subito dopo, che porta il noir verso il futuro passando per Hawks (Il grande sonno), Aldrich (Un bacio e una pistola) e Altman (Il lungo addio). Un cinema che non ha paura di strafare ma ne ha una miracolosa consapevolezza. Capace di far giganteggiare tutti i personaggi attorno a Doc, alterazioni di dimensioni alla Orson Welles dove ogni figura che gli appare davanti sono tanti Charles Foster Kane, cloni replicanti. Gli anni '70 passano e sfuggono. In un immaginario delirante, drogato, pieno di luci al neon. Ma dove il cinema di Anderson, dopo aver percorso un tunnel pieno di ostacoli, ne esce ancora più (alla) grande.

 

Titolo originale: Inherent Vice

Regia: Paul Thomas Anderson

Interpreti: Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterson, Reese Witherspoon, Benicio del Toro, Martin Short, Jena Malone, Maya Rudolph, Eric Roberts

Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 148'

Origine: Usa 2014

 

 

 

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