Volevo nascondermi, di Giorgio Diritti

Tutto parte dall’occhio nascosto di Ligabue/Germano avvolto nella coperta che apre Volevo nascondermi. Ma più che lo sguardo conta il gesto di Antonio Ligabue. I movimenti nervosi, sgraziati, irregolari, scoordinati con un corpo rachitico, spesso deriso ed umiliato. E poi la voce, a tratti incomprensibile, ma in cui è racchiusa una parte di quell’impeto di quello che si manifesta in pittura. Un lavoro sulla lingua che, nel cinema di Diritti, può richiamare l’antico dialetto emiliano di L’uomo che verrà. E la stessa figura di Ligabue rappresenta, al tempo stesso, il contrasto tra integrazione e diversità che è stato spesso al centro del cinema del regista bolognese, a cominciare proprio dal suo primo lungometraggio, Il vento fa il suo giro.

La vita del pittore viene seguita sin dai primi anni della sua vita, da quando, dopo essere stato in Svizzera dove ha trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, ha vissuto per molto tempo in una capanna nei pressi di un fiume. L’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati gli ha dato poi la possibilità di esprimere il suo talento nella pittura.

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Il paesaggio sulla riva del Po diventa ancora una volta un elemento essenziale nell’opera di Diritti. E la Storia (il Fascismo) è lo spettro nascosto che avvicina ancora Volevo nascondermi a L’uomo che verrà fino alla strage di Marzabotto. Ma c’è anche il paesaggio soggettivo di Ligabue. Con le sue tigri, gorilla e giaguari e gli autoritratti, nei quali si raffigurava in posizione frontale a mezzo busto, che ha cominciato a dipingere dagli anni ’40. Diritti cerca di mostrare il tormento e l’estasi dell’artista. Sospeso frequentemente tra ambienti troppo claustrofobici (il manicomio) e l’aria aperta, dall’ esibizione con le galline con i bambini intorno, alle corse in moto sotto i portici. Il ritratto però nell’insieme appare estremamente sovraccarico anche dall’interpretazione mimetica di Elio Germano, premiato all’ultimo Festival di Berlino come miglior attore.  Ma, paradossalmente, resta sfocato. Senza cercare un paragone con il famoso sceneggiato televisivo andato in onda nel 1977 con Flavio Bucci, al nuovo Ligabue sembra mancare proprio quell’impeto. E non si trova in quel disperato “Dove sei?” pensando alla bambina morta. C’è uno scarto tra quello che Volevo nascondermi vuole rappresentare e quello che invece resta sullo schermo. Il cinema di Diritti guarda il mondo dall’angolo prospettico dell’artista: la sua solitudine, il suo desiderio, la sua frustrazione nell’incomunicabilità. Dall’altra invece la rappresentazione, fin troppo elaborata, risulta piatta. Nel suo cinema, dopo i suoi due primi ottimi film, c’è stara un’evidente involuzione a partire da Un giorno devi andare. Tra quel film e questo sono passati sette anni. Ma qualcosa li accomuna. Il viaggio spirituale di entrambi i protagonisti è carico di metafore che non lo liberano mai, anzi lo rendono più pesante. Da una parte l’Amazzonia, dall’altra il Po. Ma lo sguardo disperde in entrambi i casi la materia e gli elementi e diventa quasi esclusivamente illustrativo.

 

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Regia: Giorgio Diritti
Interpreti: Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari, Andrea Gherpelli
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 120′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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