W for Welles – L’infernale Quinlan (Touch of Evil)

Touch of Evil. È un movimento, forse. Oppure altri movimenti, possibilità. Qualcosa che, comunque, si fa sempre più fondamentale, fondante definizione obliqua dello sguardo

La trama si muove in una zona stretta Messico-Usa, ma i confini, qui, sono altri. Fra umori e figure tra Kafka e Shakespeare, ad esempio, sono confini che cadono (ancora) fra il cinema che è solo se stesso, potente, sovversivo e quel cercare violento di dire dell’Uomo, in profondità. E’ il Cinema. E’ L’infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958). È il Capitano della locale polizia americana, Hank Quinlan – che è il Male, si è detto e scritto –, interpretato, in un nuovo prodigio, da Orson Welles, grasso, claudicante, affannato, un altro dei suoi personaggi di potere fra i più apicali, più tragici e decadenti: spietato, patetico, assurdo, solo. È, ancora, lo splendido, complesso piano-sequenza dell’inizio fino all’esplosione dell’automobile su cui viaggiano un ricco e influente uomo statunitense e la sua giovane amante. Qualcuno li ha fatti saltare in aria, qui comincia la storia.

Touch of Evil è Marlene Dietrich che, cinquantenne non lontana dai sessanta, conserva negli occhi un ineguagliabile vertiginoso mistero, anche quando si chiama Tanya, figura cristallizzata nel suo squallido locale, e in grado, pare, di leggere il futuro. Lei che infine diventa corpo notturno… È Janet Leigh, prima di diventare imprescindibile fotogramma hitchcockiano, qui novella sposa di Charlton Heston/Vargas, importante esponente della polizia messicana, colui che, retto e deciso, si ritroverà ad indagare sull’assassinio della coppia insieme a Quinlan, il corrotto.

È questo il film che porta «il noir a livelli mai raggiunti prima», scrivono David Bordwell e Kristin Thompson. L’Infernale Quinlan è Orson Welles che, dopo dieci anni d’Europa, torna a una regia a Hollywood, in un’America che da sempre, potremmo dire, non riesce a comprenderlo, da La guerra dei mondi alla radio nel ’38 o dai tempi di Quarto potere (1941), quando giovanissimo, all’esordio dietro la mdp, si è inventato il cinema moderno. Un paese che continuerà a lungo a non capirlo, più che a non “perdonarlo”. Perché «non è stato solo troppo grande per l’America, è stato troppo “americano” per essa», rilevava lo straordinario Serge Daney. «Troppo proiettato verso il futuro. Come tutti i grandi inventori di forme del cinema (non ce ne sono tanti), Welles ha incontrato il “proprio” pubblico solo per miracolo o inavvertitamente».

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E il Cinema, ne L’Infernale Quinlan – tratto dal dimenticabile romanzo Contro tutti, di Whit Masterson, con Welles inizialmente pensato dalla Universal solo come attore e poi ritrovatosi, una volta scelto anche come regista su pressione di Heston, ad approntare rapidamente una nuova sceneggiatura – continua a essere, a diventare qualcos’altro. È un movimento, forse. Oppure altri movimenti, possibilità. Qualcosa che, comunque, si fa sempre più fondamentale, fondante definizione obliqua dello sguardo, quindi una nuova domanda al cinema che è meravigliosa forzatura, un’ossessione. Dentro, nel bianco e nero, nel grandangolo, nella profondità di campo, nella composizione, nel movimento, ancora, ci sono gli spazi e i limiti da (de)costruire, nascondere e svelare sono due poli come in un abbraccio che sembra (ri)nascere per la prima volta. La messa in scena, il set, gli attori, i personaggi sono luogo, geografia in posa di gerarchia.

Uscito in una versione accorciata dai produttori, contro il volere del regista, e con aggiunte di scene realizzate da Harry Keller, il film è oggi disponibile in forma quasi pienamente “wellesiana” grazie alla ricerca e al restauro a cura di Walter Murch e Jonathan Rosenbaum.

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