W for Welles – Quarto potere (Citizen Kane)

Quarto potere è per me un ricordo legato a un esame universitario, con un Professore dalle fattezze mabusiane che mi chiese quanti stacchi ci fossero nel celebre long take dell’infanzia del piccolo Charles, quando viene strappato all’affetto materno per un avvenire economicamente più solido.


E io risposi candida “Non saprei, non li ho mica contati”, cosa che oltre a far scendere il voto da 30 a 28 mi lasciò con un dubbio, in realtà ancora irrisolto: come va guardato un film simile?

All’università Quarto potere è un corpo da dissezionare, come fossimo nella sala operatoria/cinematografica di The Knick, portando in superficie organi che aiutino la ricerca e il progresso scientifico.

La profondità di campo, i grandangoli, i plongée e i contre-plongée, sono il cuore, i reni, i polmoni di questo corpo che ci è stato offerto, operato dai chirurghi più precisi, da André Bazin e dal suo pupillo Truffaut, dalla sanguinaria Pauline Kael, smentita o sminuita dagli esegeti Bogdanovich, Sarris ecc., fino alla consacrazione-fardello di “film più bello della storia del cinema”, ceduta a distanza di anni, come in un ranking tennistico, a un’altra opera dalla ricezione controversa, Vertigo di Alfred Hitchcock.

Citizen_Kane_deep_focusNella sua aspra indagine volta a dimostrare quanto Citizen Kane appartenesse più allo sceneggiatore Herman Mankiewicz che a Orson Welles, Pauline Kael pone però in filigrana un punto centrale dell’opera: il suo titanismo tanto tecnico-espressivo quanto narrativo, che lo rende quasi “troppo” per un solo film.

Già la parabola di Charles Foster Kane, la sua statura tragica, il suo essere sempre un bambino abbandonato nonostante la ricchezza ottenuta, e che proprio come un bambino non fa che distruggere i propri giocattoli, basterebbe a fare del film un capolavoro inarrivabile.

E invece, questa straordinaria storia è stata paradossalmente offuscata dagli obiettivi di Gregg Toland e dalla messa in scena rivoluzionaria, in grado di traghettare il cinema dal classico al moderno:  nel mettere a fuoco i dettagli si è finito per attribuire sempre più importanza ai singoli organi che non al paziente, contenitore necessario ma dimenticabile.

kaneCon gli anni, Quarto potere diventa l’esempio perfetto per capire perché dovremmo rivedere i film di tanto in tanto, a distanza di anni, dopo aver vissuto.

Il tempo, in questo, è un agente meraviglioso. Libera dai condizionamenti, dalle beghe dell’attualità, restituendo l’essenza delle cose.

Lontano dalla critica, dall’analisi e dalla filologia resta l’opera nella sua purezza, in una specie di pudica nudità. Le inquadrature dal basso che “venivano dall’inferno” (Bazin) o “simulavano la visuale degli spettatori seduti nelle prime file della platea” (Truffaut) sono state studiate, digerite e anche smaltite. Con tutto quel che abbiamo visto dopo, preservano il loro valore storico-linguistico, ma forse non la meraviglia. Eppure questo mitico esordio wellesiano non ha nulla di superato, anzi sarebbe il pilota perfetto per una serie HBO, quello a cui in tanti hanno guardato, più o meno consapevolmente.

leland e kaneE allora: Che cosa resta dei nostri amori? L’emozione del valicare il cartello No Trespassing insieme alla macchina da presa, complice di tanti illeciti; il trauma di essere portati via nel mezzo di un gioco innocente dal sopraggiungere di una maturità a cui non siamo mai pronti; l’energia incontenibile degli ideali della giovinezza, con quella prima pagina dell’Inquirer rimaneggiata più e più volte, fino a essere concepita come una lettera d’amore ai propri lettori (e spettatori), destinatari unici di lealtà e rispetto. O ancora, l’immalinconire delle passioni, destinate a sbiadire nella routine; la drammatica fine di un’amicizia, in quella che è forse la vera storia d’amore del film, tra Kane e Leland, col primo che termina, con furente coerenza, la stroncatura della moglie iniziata dal secondo, per poi licenziarlo, autoinfliggendosi la pena più amara.

I puzzle solitari di Susan Alexander nei saloni della waste land di Xanadu e il volto impietrito, tenero e disperato di Kane quando la donna se ne va, allontanandosi come in un incubo, fra mille porte che si chiudono, da mélo che non teme di eccedere nel sentimentalismo.

Resta soprattutto l’ambizioso tentativo del giovane prodigio di racchiudere nell’opera prima tutta un’esistenza, dove ogni cosa è estrema: l’ascesa e la caduta, la fama e la solitudine. Un peccato di ubris che come in tutte le opere benedette/maledette travalica la finzione per irrompere nella vita stessa e nella carriera di Welles, sempre dentro e contro il Sistema hollywoodiano.

Quelle di Quarto potere sono immagini viste, lette, commentate. Ma che non ci sembra di possedere mai del tutto, sempre sfuggenti, dubbie, tra verità e menzogna, come tutte quelle marchiate successivamente da Welles (con buona pace della Kael).

Dopo fiumi di inchiostro versati in analisi millimetriche, quasi fosse protetto da un incantesimo, il film conserva intatto il suo fascino, il suo mistero. Come quello racchiuso nel dolcissimo atto d’amore verso il pubblico, col quale si sceglie di condividere un segreto taciuto a tutti gli altri, comprimari, mogli, amanti, amici dello stesso protagonista.