W for Welles – Storia immortale (Histoire immortelle)

Storia immortale è il Cinema nel suo magnifico potere di slittamento, di apertura senza fine, che non smette di essere discorso che recupera se stesso, per rinviare verso altre direzioni

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Storia immortale mi ha fatto sempre pensare allo svelamento di un segreto. L’ambizione e i giochi di prestigio propri degli universi wellesiani si diradano per cedere qui il passo ad un’essenzialità perfetta, dove la riflessione sulla rappresentazione diviene la materia stessa del film. Certo, mai, forse, come in Storia immortale – complice anche l’affinità intellettuale che Welles non ha fatto mistero d’intrattenere con la Blixen, dall’opera della scrittrice danese non solo aveva immaginato una trilogia, rimasta incompleta, di cui Storia immortale doveva essere il primo capitolo, ma aveva anche trascorso anni a dedicarle pagine e pagine di una lettera d’amore, anche questa, mai terminata – il presagio di fallimento, l’illusione di potenza, il desiderio di controllo, il discorso sulla memoria e la precarietà, temi che sin dagli inizi non hanno smesso di attraversare e ispirare tutta una poetica, raggiungono un’intensità tale da permeare ogni cosa, ogni movimento, ogni parola. Tanto da far parlare, più e più volte, di una sorta di visione-testamento, capace di concentrare nel suo corpo le traiettorie di un’intera vita artistica, diventandone così quasi l’emblema.

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The-Immortal-StoryMa, se anche il trucco sfacciatamente posticcio di Mr. Clay, più che tentare di celare, continua a disvelare, invece, la presenza dei sovrani, dei re, degli Arkadin, dei Quinlan e dei Kane, Storia immortale è, prima di tutto, Cinema nel suo magnifico potere di slittamento, di apertura senza fine, che non smette di essere discorso che recupera se stesso, per rinviare verso altre direzioni. Gioco per due volte sfuggente che, mentre ritorna su una visione passata, continua a renderla altra da sé, come sussurra all’orecchio di Elishama, il segretario di Mr. Clay, la voce nuova, eppure udita tanto tempo fa, emessa da quella conchiglia poco prima che il bianco dissolva lo schermo in un’immagine che non ha origine né termine. Se, dunque, l’atto stesso di narrare è apertura che si ribella ad ogni idea di limite, il motivo per cui “nessuno ha il diritto d’impadronirsi di una storia e far sì che si avveri”, risiede proprio nell’impossibilità di dominare il suo significato. Nel momento in cui si fa corpo della storia del marinaio che per cinque ghinee si fa strumento del desiderio di continuità di un vecchio signore, la Virginie di Jeanne Moreau non può che appropriarsene e, allo stesso tempo, venir da essa abitata. La vita si dispiega nella favola e la favola si dispiega nella vita, Virginie, così come anche il marinaio Paul, non solo recide i fili del suo burattinaio sostituendo l’immagine dell’eroina originaria con quella della prigioniera di un sogno sepolto nella sua stanza di bambina, ma proprio nelle increspature della storia da lei rappresentata finisce per scorgere, in una significativa deviazione dal testo della Blixen, il riflesso di una possibile liberazione.

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storia immortaleE, allora, a salvarci dall’orrore della finitudine non può essere di certo il tentativo di deificazione, l’immutabilità della parola d’emanazione divina, come ci dice Welles nella sua Storia immortale, circoscrive, anziché liberare il movimento. Allo stesso modo della messa in scena della favola che sfugge al controllo di Mr. Clay, il cinema diventa discorso senza fine solo quando è capace di farsi profezia dell’enigma e della precarietà della vita. Ecco perché lo sforzo di dominare l’insensatezza dell’esistenza sostituendo una favola con la ricerca di un ordine immutabile delle cose, non può portare all’immortalità. Perché l’immortalità è compimento che diventa per sempre rinvio, è la capacità dell’immagine di farsi spazio di una rappresentazione inarrestabile, espandibile all’infinito, dove la vita diventa ricompensa delle storie.

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