W for Welles – Un’uomo una moltitudine

Viaggio nel tempo, attraverso quattro tappe in 45 anni, dal 1940 al 1985. Orson Welles si racconta

1940. Ad un anno dall’uscita di Quarto Potere, il 25enne Orson Welles è già famoso per il programma radiofonico del 1938 La guerra dei mondi, che scatenò il panico in tutta la nazione, preparando la popolazione americana ad un’invasione aliena. In quest’intervista Welles si confronta con il  suo quasi omonimo H. G. Wells, autore del libro da cui fu tratto il programma. “Mi racconti di questo suo film, come si intitolerà?” chiede l’anziano scrittore al giovane Orson.

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Parigi 1960. A vent’anni dall’intervista che lo coglieva all’alba del suo capolavoro, le glorie giovanili sembrano essere sfumate, in questo ampio ed approfondito confronto, in cui Welles rivela con una sincerità spiazzante i rimpianti per l’essersi svenduto in ogni tipo di ruolo pur di poter finanziare i propri film, ed emerge la grande e sofferta passione verso il proprio mestiere, oltre alla sua coerenza. “Non considero la mia carriera come qualcosa di così prezioso da farlo prevalere sulle mie convinzioni”, afferma Welles, e ancora “non considero me stesso come un artista professionista, quanto piuttosto come un avventuriero”. La sconfinata cultura teatrale letteraria e cinematografica di Welles, unita alla sua sfrontatezza (“la maggior parte delle tradizioni sono delle cattive abitudini. Io non credo nelle tradizioni, credo nella pratica viva”), appare contro bilanciata da un’incomprensibile insicurezza: “Mi vergogno di Rosebud, credo che sia stata una trovata di cattivo gusto, è la cosa che mi piace di meno in Quarto Potere, mi sembra una sorta di gag freudiana”. Allo sconforto nei confronti dell’ostracismo dimostratogli dai produttori di Hollywood, Welles contrappone parole di grande affetto e lealtà verso i suoi colleghi, in particolare verso Gregg Toland: “Era uno spirito meraviglioso, è stato il più grande direttore della fotografia che sia mai vissuto. Il suo talento, unito alla mia ignoranza su ciò che si poteva o non si poteva fare, sono stati i grandi doni che abbiamo dato al cinema”.

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1974. Dopo anni passati in giro per l’Europa, un Welles stranamente sereno appare alle emittenti americane:“Mi piace vivere in America, ma non so quanto questo amore sia ricambiato dagli americani”. Definito come “a multitude of a man”, Welles racconta delle sue tante vite al di fuori dal cinema, dei viaggi, la passione per la Spagna ed i toreri, i grandi uomini che ha conosciuto e stimato, da Ernest Hemingway a George Marshall.

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3 ottobre 1985. “Io non credo ci sia alcuna saggezza nel compromesso, a meno che non si sia un politico. Come artista, io non posso fare compromessi. I miei film non funzionano proprio, a meno che non funzionino a modo mio”. Amareggiato, addirittura sconfitto, ma sempre fiero, Orson Welles ci saluta con questa frase di commiato:“Preferisco che mi si ricordi come una brava persona, piuttosto che come un genio difficile”.

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