War Pony, di Gina Gammell, Riley Keough

Malgrado qualche sospetto di autocompiacimento nell’incantarsi sul paesaggio, un convincente esordio che trova un suo equilibrio tra squarci di realismo e tocchi di magia. Concorso.

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Tutto è nato sul set di American Honey. L’attrice Riley Keough stava girando il film di Andrea Arnold in un motel del South Dakota e lì ha conosciuto due comparse, Bill Reddy e Franklin Sioux Bob. Un po’ di tempo dopo è andata a trovarli insieme alla produttrice Gina Gammell nella riserva indiana di Pine Ridge dove vivono e da lì hanno cominciato a conoscere gli altri membri della comunità degli Oglala Lakota. Hanno così preso sempre più confidenza con il luogo e le persone fino a quando è nata l’idea di girare un film.

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Bill ha 23 anni, è padre di due figli avute da compagni differenti e cerca di sbarcare il lunario cercando il lavoro che possa cambiargli la vita. Il suo grande desiderio è quello di allevare i “poodle” (barboncini) per poi venderne i cuccioli. Un giorno il destino sembra dargli una mano; incontra infatti un allevatore bianco a cui si è bucata una gomma che poi lo assume. Durante il giorno lavora in fattoria mentre la notte accompagna le sue giovani amanti dalla riserva. Matho ha invece 12 anni, sogna anche lui una vita normale ed è attratto da una sua compagna di classe. Il padre non c’è mai perché spaccia. L’uomo lo caccia poi di casa dopo che il ragazzino gli ha sottratto delle dosi di metanfetamine per rivenderle e va a vivere a casa di un’anziana parente, anche lei spacciatrice.

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Ambientato negli stessi luoghi di The Rider, War Pony – Camera d’or al 75° Festival di Cannes – elimina lo scarto tra verità e finzione, complice anche la collaborazione alla sceneggiatura di Bill Reddy e Franklin Sioux Bob dove il cammino dei due personaggi procede parallelamente. L’esordio dietro la macchina da presa di Riley Keough e Gina Gammel si fa catturare dai luoghi che appaiono come infiniti. Ma segue anche i tentativi di cercare una vita migliore e la quotidianità tribolata di Bill e Matho. Entrambi sono sempre in movimento, alla ricerca di spazi che non corrispondono quasi mai con quelli della propria famiglia. Ci sono scontri durissimi come la scena in cui il padre prende per il collo Matho e gli urla “Reagisci, contrattacca” o i piani di Bill che a un certo punto sono sul punto di crollare. Si sente dietro il lavoro di anni ma anche l’esigenza di non tradire l’improvvisazione che emerge anche nella ripetizione dei gesti, nella familiarità con uno spazio riattraversato più volte. Non si avvertono i segni dello stile e per questo War Pony riesce trovare un suo equilibrio tra squarci di realismo e tocchi di magia, dal libro letto da Matho alle apparizioni del bisonte che sono i momenti dove il film sembra provvisoriamente sospendersi. Ogni tanto Keough e Gammell si fanno incantare dal paesaggio e, a differenza di Chloé Zhao, si avverte un sospetto di autocompiacimento. Ma ciò non pregiudica un convincente esordio dove la storia non sembra già pronta ma sembra scriversi nel corso della durata del film.

 

Camera d’or al 75° Festival di Cannes

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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