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Wax & Gold, di Ruth Beckermann

La grande documentarista viennese ripercorre la storia dell’Etiopia di Haile Selassie attraverso i corridoi dell’Hilton Addis Abeba, tra mille spunti impressionisti. BERLINALE76 – Berlinale Special

Ruth Beckermann, veterana viennese del mondo del documentario da festival e nome ritornante delle selezioni berlinesi da almeno un decennio, compie con il suo nuovo Wax & Gold un’operazione stratificata che abbraccia sin da subito il rischio di restare, in una certa misura, inevitabilmente irrisolta. L’autrice soggiorna all’Hotel Hilton di Addis Abeba, e dalle ricche sale del lussuoso albergo si ripropone di raccontare la figura di Haile Selassie, l’Imperatore d’Etiopia dal 1930 al 1974, figura ammantata di un alone mitologico per via della natura divina che gli viene accordata dalla religione Rastafari (tanto che Bob Marley metterà in musica proprio un discorso di Selassie per la bellissima War del 1975).
L’idea è dunque quella di rievocare la storia di un intero Stato senza mai (o quantomeno fino al cameracar di chiusura) uscire all’esterno da un’architettura che ne racconta la visione imperiale su cui è stato costruito. Beckermann la mutua da “The Emperor: Downfall of an Autocrat”, pamphlet scritto dal giornalista polacco Ryszard Kapuściński, pubblicato nel 1978, che descriveva il declino del governo di Selassie dal punto di vista della vita di corte. Allo stesso modo, la regista si aggira tra i corridoi, gli androni e le stanze dell’Hilton, nel tentativo di farne una allegoria del passato e presente della storia d’Etiopia, intervista avventori e lavoratori dell’hotel, imbastisce assemblee di studenti, reading improvvisati di testi sulla storia del colonialismo, performance jazz col pianoforte e i musicisti dell’albergo…

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Anche la scelta del repertorio sembra voler seguire una simile estemporaneità, non solo riprese d’epoca ma anche Michael Curtiz (Mission to Moscow) o l’improbabile Shaft in Africa: “questo non è un documentario”, scrive d’altronde la mano dell’autrice seguendo la tecnica dell’arte calligrafica araba della “cera e oro”, dove si mischiano su carta i fatti con le invenzioni – e allora a tenere tutto insieme restano le riflessioni che Beckermann affida alla sua voice over, che accompagna le immagini senza sosta.
Con tutto il suo fascino trasversale, il risultato – co-prodotto anche dalla Citrullo di Carlo Hintermann e Gerardo Panichi – è allora forse più vicino all’autofiction impressionista (la cineasta spiega di essersi dedicata al progetto per via di una sua passione nei confronti della figura di Haile Selassie che nutre sin da bambina) che ad un discorso davvero “teorico” o approfondito – anche perché la sezione conclusiva che si focalizza sulla campagna italiana fascista in Etiopia rischia più volte di scivolare verso una serie di generalizzazioni diciamo non proprio centratissime, ad opera degli intervistati.
Ovviamente Wax & Gold non è Pays Barbare di Gianikian e Ricci Lucchi né vuole esserlo, e la formula diaristica, davvero da diario di villeggiatura d’altri tempi, in cui Beckermann più volte si dichiara esplicitamente come uno “sguardo bianco europeo” sulla materia, lo trasforma in uno dei progetti più personali dell’austera documentarista di Favoriten e Those Who Go Those Who Stay, sulla scorta del credo di Selassie per cui until the philosophy, which hold one race superior and another unferior, is finally and permanently discredited and abandoned, everywhere is war…

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