We are all strangers, di Anthony Chen
Accolto con grande successo qui a Berlino, il nuovo film del regista di Singapore continua la sua strada verso una narrazione da grande pubblico, pop ma anche accorata. BERLINALE76. Concorso
Film dopo film, il singaporiano Anthony Chen va ricalibrando il proprio stile per andare incontro a fette di pubblico sempre piu ampie: ciò era evidente già dalle differenze che passavano tra il bellissimo, fragile esordio Ilo Ilo, e il ben piu “gonfio” The Breaking Ice, e da questo punto di vista We are all strangers potrebbe quasi rivelare l’anima di un approdo linguistico per il suo autore, costruito com’è per funzionare innanzitutto in patria ma non solo, con un apparato pop che ingloba anche le coreografie in stile boy-band tipo BTS, le schermate verticali e la schizofrenia in modalità TikTok.
La storia incrocia due generazioni diverse, il giovane Junyang, scavezzacollo appena diplomatosi all’accademia militare e dedito allo scrolling perenne sul proprio smartphone, e suo padre vedovo, che sbarca il lunario con un chioschetto di noodles al mercato: We are all strangers inizia tra l’altro proprio con l’accurata preparazione di un piatto cucinato dall’uomo, in perfetto accordo con il gancio sul cibo tradizionale puntualmente messo in atto dal cinema orientale “da esportazione”. Ma, chiariamoci, il film ha una sua anima sincera e sa far funzionare le immagini ritornanti, come abbiamo imparato a riconoscere in Chen nelle sue opere precedenti (la situazione dell’autobus, ad esempio, dove l’uomo organizza il suo primo appuntamento con la “beer auntie” che diverrà sua moglie, e su cui torneremo altre due volte, una in cui i due si messaggiano on screen, l’altra con Junyang e il suo bambino in chiusura…), anche se in fin dei conti rivela un’anima piu felice quando c’è da raccontare l’innamoramento tra il padre e la coetanea Bee Hwa (la straordinaria Yann Yann Yeo), che scherzano tra di loro negli ascensori come due ragazzini, che quando si focalizza invece sul “dramma” che dovrebbe essere centrale nella vicenda, ovvero la gravidanza della fidanzata 19enne di Junyang, Lydia, e relative conseguenze nelle scelte di vita di entrambi.
Nella sequela di imprevisti, tragedie e scherzi del destino a cui vanno incontro le due coppie costrette a convincere nello stesso angusto appartamento popolare trovi tutto il gusto per il melodramma che Anthony Chen ha sempre coltivato, ma per quanto il regista riesca a costuire un forte senso di empatia nei confronti dei personaggi, queste piccole vicende terrene non si elevano mai a narrazione emblematica di un intero popolo, come succederebbe magari con la stessa materia in mano, per dire, a Peter Chan o Jia Zhang-ke.
Eppure, We are all strangers sembra anche in una certa misura voler mappare le mutazioni accorse all’enomia di Singapore negli ultimi anni e relative “bolle”, soprattutto nella parabola impiegatizia del giovane protagonista, il quale uscito dalla formazione militare si troverà via via per mantenere la famiglia a fare il rider, l’agente immobiliare per mega-appartamenti in quartieri residenzali di lusso (assumendo il nome occidentale di Steve, come Steve Jobs, un altro che ce l’ha fatta da solo pur avendo abbandonato la scuola, come il ragazzo), e infine il venditore di integratori multivitanimici su TikTok insieme alla matrigna reinventatasi streamer – in una serie di allegorie tra la “ricchezza simulata” di queste carriere (Junyang e Lydia concepiscono il proprio figlio durante una permanenza clandestina in un hotel ultra-comfort, e Chen indugia spesso sulle differenze di lifestyle a partire proprio dagli ambienti domestici smart degli appartamenti in vendita o della famiglia benestante di Lydia…) e i valori dell’onesta vita dei venditori di noodles a cui, volente o nolente, alla fine Junyang capisce di appartenere.






















