Welcome Venice, di Andrea Segre

Tra le Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, Andrea Segre firma un incerto affresco familiare sull’anima scissa della Laguna, tra la Giudecca e i bed and breakfast di lusso per turisti

Non esiste in pratica sequenza di dialogo in tutto il nuovo film di Andrea Segre che non contenga un momento in cui uno dei personaggi si lascia andare ad un ricordo o ad un aneddoto: una coltre di “una volta” o “quando eravamo bambini” che puntella ogni conversazione, tanto che in assenza di rievocazioni il protagonista Pietro si appoggia comunque alle memorie dei film visti la sera prima, e narrati ai compagni di pesca delle moeche all’alba della laguna veneziana.
Gli interpreti sembrano infatti un po’ sgomitare per guadagnare una certa libertà d’azione nonostante il peso marcato dei segni costantemente tirati in ballo da Segre, e reagiscono in maniera diversa, Andrea Pennacchi assumendo una compostezza statuaria, intaccabile, e Paolo Pierobon accentuando una sorta di metamorfosi animalesca, arcaica, che sembra quasi continuare quella intrapresa per il suo altro recente ruolo lagunare ne La terra dei figli.

Alvise (Pennacchi) e Pietro (Pierobon) sono due fratelli dalle vite parallele, il primo piccolo imprenditore nella giungla dei bed and breakfast veneziani, il secondo ex-galeotto che cerca di rimettersi in sesto tra la quotidianità sfiancante da pescatore e il rapporto conflittuale con la figlia e col nipotino, che lo accompagna al lavoro e nelle gite in barca negli angoli più nascosti della città sulle acque.
I due corpi ritornanti del cinema di Segre sono chiare allegorie delle due Venezie già raccontate dal regista nel precedente Molecole, e tra la resistenza della Giudecca e la mano di intonaco da dare per venderla ai turisti Welcome Venice sembra voler inseguire il canone della vicenda familiare che si scontra con il mondo spietato dell’edilizia e della finanza 2.0 (rappresentato dal rampante genero di Alvise e dalla sua proposta indecente per rilevare la vecchia casa di famiglia e farne un resort di lusso), tenuto a battesimo recente da Il capitale umano e proseguito poi fino al vicino Effetto Domino di Alessandro Rossetto (la trovata a sorpresa del finale in quest’ottica è forse addirittura un rimando scoperto ad un altro titolo contemporaneo in zona speculazione e gentrificazione, lo straordinario Aquarius di Kleber Mendonça Filho).

Peccato però che Segre mostri una certa difficoltà a settare toni e tempi dell’affresco, le sequenze sembrano sistematicamente o tirate troppo per le lunghe o risolte eccessivamente in fretta, e in questa maniera il film si perde le traiettorie dei personaggi di contorno senza riuscire ad approfondire i bei rapporti dei due uomini con le rispettive famiglie, soprattutto per quanto riguarda le sacrificatissime figure femminili (la vedova del terzo fratello, Ottavia Piccolo, le rispettive figlie dei due protagonisti, la moglie di Alvise o la barista che è l’unica amica di Pietro…). Con ogni evidenza la città del Leone di San Marco è per il regista protagonista reale al fianco degli attori, tra le navi da crociera sempre sullo sfondo, gli scorci ancora al riparo dal turismo di massa, e gli angoli più rappresentativi: ma la sensazione è che, nonostante gli sforzi (alcune suggestive riprese letteralmente a pelo d’acqua), le immagini non raggiungano mai quella visceralità ricercata dal dialetto utilizzato per buona parte del film come unica lingua dei personaggi.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Regia: Andrea Segre
Interpreti: Paolo Pierobon, Andrea Pennacchi, Ottavia Piccolo, Roberto Citran, Anna Bellato
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 100′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.27 (15 voti)
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