WES ANDERSON. MOONRISE CINEMA – "Il mondo ha bisogno di sognatori". Un'Introduzione

«Il mondo ha bisogno di sognatori»

James Caan in Bootle Rocket (1996)

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«Spero che il tetto voli via e che io venga risucchiato nello spazio. Staresti meglio senza di me»

Bill Murray in Moonrise Kingdom (2012)

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Il cinema di Wes Anderson è veramente tutto qui. Plateale e insicuro. Un metronomo (apparentemente) perfetto che segna la fragile e bipolare oscillazione tra le sfumate regole del “sogno” e l’infantile senso di “vuoto” cosmico che improvvisamente ci risucchia. L’umanissimo vuoto che si nasconde dietro ogni regola. Ecco, nell’arco di otto film il giovane cineasta texano è riuscito a erigere un “suo” mondo immaginario governato da precise regole autoimposte, personalissime, forse inutili: i personaggi fragili, ironici e depressi che assurgono ben presto a caratteri universali con ascendenze fumettistiche tipiche della prima adolescenza (il figlio, il padre, la donna amata, lo straniero, ecc); la narrazione frammentata che procede per schegge di motivi classici mutuati dalla morfologia della fiaba o dal viaggio dell’eroe (le soglie della crescita, gli ostacoli, il superamento contrassegnato dal dolore, i mentori, ecc); la coalescenza di epoche storiche evocate nelle scenografie, nei costumi e negli oggetti di scena curati al dettaglio (come messo in evidenza nel saggio di Fabiana Proietti); la sovraccarica colonna sonora e le canzoni pop istitutrici del tempo diegetico (analizzate qui da Margherita Palazzo); la dichiarata tensione demiurgica verso il “racconto”, l’amata letteratura (le cui ascendenze sono indagate qui da Sara Orazi); la composizione dell’inquadratura che bilancia ossessivamente il rapporto tra spazio e corpi in scena (la “frontalità” messa in evidenza da Sergio Sozzo); infine una famiglia cinematografica abituale e rassicurante con cui lavorare (il rapporto con i suoi amati attori, illustrato nel saggio di Emanuele Di Porto: Bill Murray, i fratelli Wilson, Jason Schwartzman, ecc).

Insomma: un universo parallelo (quella perfetta trappola, “tana delle volpi”, analizzata da Aldo Spiniello) che fagocita innumerevoli riferimenti culturali novecenteschi partorendo, paradossalmente, una stilizzata messa in scena che ne esalta l’originalità della superficie. Tutto è rigorosamente “in campo” in quest’universo (di)segnato da movimenti di macchina geometrici – carrellate laterali, panoramiche a schiaffo, grandangoli – che culminano spesso nei due “falsi movimenti” per eccellenza: lo zoom e il rallenti. Da qui la critica principale dei suoi detrattori: Wes Anderson blocca il movimento delle sue inquadrature e il tempo del suo cinema, imponendo una personale mitopoiesi che presuppone noi spettatori come passivi fruitori di un immaginario preconfezionato e asettico. È veramente così chiuso il suo discorso? Partiamo da qui. Sicuri che dopo otto film si possa tentare una riflessione più consapevole e scevra dal sospetto che sino a pochi anni fa lo accompagnava: “il giovane cineasta ancora da decifrare”. E allora, piaccia o meno, c’è una cosa che nel 2014 si può dire ormai con certezza (soprattutto dopo il centrale e magnifico Moonrise Kingdom): Wes Anderson non ci fa, ci è. Non è il furbetto del quartiere che scala i grandi moloch culturali del passato solo per il gusto di esserci, di contare, di guardarsi allo specchio della Storia-del-Cinema per riconoscersi al tavolo dei Padri. Perché ripeto, piaccia o meno, il suo cinema ha qualcosa da dire molto oltre la spudorata superficialità delle composizioni, un qualcosa di intimamente connesso con il mondo che noi oggi esperiamo e con la riproducibilità bioestetica delle immagini che costantemente guardiamo. Un mondo al quale Wes oppone ancora la costruzione di famiglie allargate (da Rushmore a I Tenenbaum) o fugaci rapporti umani (da Bootle Rocket a Le avventure acquatiche di Steve Zissou), di romantici scintillii (Fantastic Mr. Fox) o improvvise sopravvivenze (l’atto filmico estremo e necessario di The Grand Budapest Hotel). Esattamente come i piccoli Sam e Suzy in Moonrise Kingdom che si amano al primo sguardo, si ri-conoscono, senza nemmeno un’esitazione.

Il quarantacinquenne Wes Anderson, poi, fa parte di quella generazione di cineasti che vive da almeno un decennio sulla propria pelle la tanto chiacchierata “minorità” del cinema: riduzione degli spettatori in sala, morte della pellicola, rivoluzioni copernicane in campo di produzione e fruizione dei testi ad opera del megamedium computer, ecc. Che cosa rimane, nel 2014, dell’autorialità novecentesca, del concetto di sguardo personale sul mondo, di punto di vista attaccabile o difendibile? Wes, straordinariamente, resiste: questo è un cinema che crea ancora passioni e spaccature tangibili (nella stessa redazione di "Sentieri Selvaggi" che ha partorito questo libro), perché ha ancora il coraggio di un forte punto di vista etico ed estetico sul mondo. E allora: che lo si percepisca come un grande cineasta o come un furbo ladro di immagini, che si riesca o meno ad andare oltre la sua indubbia ossessione per la composizione blindata, insomma che ci si ritrovi appassionatamente dentro o ostinatamente fuori il suo moonrise cinema… non si potrà comunque ignorare l’importanza capitale di Wes Anderson nel panorama internazionale odierno. È solo da tale consapevolezza che gli autori di questo libro sono partiti. Un testo che nasce come ostinato tentativo di offrire al lettore del 2014 una fertile riflessione critica su vari e centrali aspetti del fare-cinema à la Wes Anderson, per arrivare solo successivamente ad approcciare i singoli film.

The world needs dreamers” dice il vecchio ladro James Caan. E allora non ci resta veramente altro che ascoltarlo e rimanere sognatori da svegli, lucciole nel buio, perennemente in prima fila come i dreamers bertolucciani, tentando ancora di leggere il mondo con occhi sempre nuovi. Su carta o su pixel, poco cambia, non credete? Il cinema, del resto, (soprav)vive solo per questo: buona lettura.

 

 

WES ANDERSON Moonrise Cinema

a cura di Pietro Masciullo

Edizioni GoWare & Sentieri selvaggi Maggio 2014  

Prezzo: 4,99 euro

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