Wes Craven, il guerriero del sogno elettrico

Vorrei poterti dire come prosegue il copione, Heather, ma in realtà non lo so neanch’io. Come sempre, la notte sogno una scena e il giorno la scrivo….posso solo descriverti il tipo di incubo, si tratta di una certa entità o come vuoi chiamarla tu ed è antica, molto antica. E’ esistita in varie forme in diverse epoche, l’unica cosa che la caratterizza è lo scopo della sua esistenza: uccidere l’innocenza. Qualche volta può essere catturata, dagli sceneggiatori per esempio: spesso capita che riescano ad immaginare una storia talmente valida per cui questa entità vi rimane imprigionata. Il problema nasce quando la storia finisce…credo che il solo modo di fermarla sia fare un altro film. (Wes Craven in Nightmare – Nuovo Incubo, 1994)

I primi dieci minuti dell’episodio pilota della serie che Mtv ha tratto da Scream, da un soggetto di Kevin Williamson e con la produzione esecutiva di Wes Craven, sono tra gli istanti migliori dell’intera produzione su piccolo e grande schermo del 2015. Un nuovo Ghostface si diverte a torturare la sua prima vittima, sola a casa in compagnia di pc e smartphone, utilizzando chat, webcam e tutta l’ubiquità wireless dell’apparato mobile di nuova generazione; il giorno dopo negli atri di scuola l’introversa emo Audrey è additata e derisa dall’intera popolazione studentesca in quanto un video rubato che la vede lasciarsi andare ad effusioni con un’altra ragazza al riparo di un parcheggio nell’oscurità è diventato virale in rete nella notte. Segue primo dialogo meta- in puro stile Williamson in cui il nerd analizza in classe affinità e divergenze tra il genere gotico letterario alla Castello di Otranto e la serialità dei nostri tempi come American Horror Story e The Walking Dead. Il cerchio non si chiude qui perché formalmente l’intera impalcatura non è troppo lontana dai reality di Mtv come 16 anni e incinta et similia, e durante la messa in onda l’emittente suggerisce con dei cartelli pop up ai piedi dello schermo i mille hashtag (#runrileyrun) per commentare sui social la puntata in diretta, mentre fornisce titolo ed artista di ogni canzone che parte in colonna sonora. Il dubbio è che ad aver ammazzato la ragazza da accesso remoto sia stato a questo punto proprio lo spettatore: il colpevole è quello con il numero più alto di visualizzazioni su youtube, come già aveva intuito l’amico George Romero nel suo fondamentale Diary of the Dead.

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Poi la serie di Scream si perde un po’ troppo in un inghippo ridanciano a metà tra appendice e smemoranda che ricorda, più dei film sulla maschera dell’Urlo, l’esperimento del gioiello My soul to take (2010). Ma all’indomani della dipartita di Wes Craven un prodotto del genere (la cui ultima puntata va in onda proprio questa settimana in USA) ci aiuta a dimostrare quanto le intuizioni di questo fenomenale cineasta scomparso a 76 anni compiuti da pochissimo siano contemporanee, presenti, fondamentalmente profetiche.
Con buona pace di chi per decenni ha rimpianto l’afflato militante di capolavori della controcultura come L’ultima casa a sinistra (1972) e Le colline hanno gli occhi (1977) alla vista del vertiginoso accumulo di frammenti autoriproducibili e autoreplicabili all’infinito dei quattro Scream (1996-2011), la visione preveggente di Craven è al giorno d’oggi in realtà sparsa in ogni dove, come le spoglie elettriche del folle Horace Pinker di Sotto Shock (1989), titolo centrale per la riflessione del cineasta di Cleveland sulla natura arcaica ed esoterica del dispositivo meccanico.
E’ proprio questa estrema lucidità teorica a far sì che sia Craven, molto più dei compagni wes_cravencoevi dell’horror degli anni ’80, l’influenza più facilmente riconoscibile dietro gli impianti delle sortite orrorifiche mainstream di questi anni (è cruciale ad esempio in alcuni exploit di James Wan, e l’intera impalcatura della serie degli Insidious deve tantissimo, probabilmente tutto, ai giochi dimensionali dei Nightmare classici).
Resta pulsante e vivissima la potenza del j’accuse sugli incubi della provincia americana che danno morte e vita al mostro Krueger, e l’efficacia della satira sanguinolenta sui meccanismi perversi della popolarità nelle fucine della competitività totale che sono le palestre dell’istruzione USA per i cui corridoi si aggira Ghostface.
Però il fulcro del discorso alla base rimane davvero questo tentativo, indomito e perseguito fino alle ultime sortite oramai svuotate di qualunque altra urgenza se non questa, come Cursed e Red Eye (entrambi del 2005), di catturare il mistero magico del meccanismo tra sogno e veglia, realtà e simulacro, vita e set, evocazione e invenzione.

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Quello che c’è dietro all’inganno elettronico può essere studiato e analizzato ma non sarà mai possibile comprendere per intero il rito primordiale e sciamanico che evoca Il serpente e l’arcobaleno (1988). Il dietro le quinte infernale da cui si origina la creatura mitologica Freddy nell’alfa e omega orchestrato da Craven (1984 e 1994, con in mezzo il terzo episodio della serie solo sceneggiato per Chuck Russell nel 1987) si nutre dei sogni e dei timori di una generazione intera (e Craven in carriera riuscirà a raccontarne almeno tre, quella per sempre segnata dalla follia del Vietnam, l’ipocrisia borghese degli eigthies, e la nostra generazione iconoclasta e post-tutto), è vero. Ma allo stesso tempo vive del cortocircuito tra un inconscio primitivo e le dinamiche e le strategie figlie di una concezione tecnologica del quotidiano, della memoria, dei sentimenti.
La più grande delle sue opposizioni il cinema di Craven la innalzerà proprio lungo tutta una filmografia al cospetto di una inarrestabile evanescenza della nostra umanità e del nostro sangue nella direzione di una frammentazione virtuale che scambia le stanze del progresso per gli incantesimi millenari di un paganesimo dimenticato (un respiro in cui si possono far rientrare anche le sue sortite in altri territori come Vampiro a Brooklyn, 1995, e La musica del cuore, 1999). E’ la stessa dispersione dei segni e delle icone del suo cinema, costretti al ritorno circolare e senza fine sotto mille forme, dal merchandising più improbabile al remake, e non è un caso se sia Ghostface che Freddy Krueger di episodio in episodio si divertano sempre di più ad utilizzare trucchetti elettrodomestici per i loro delitti.
Nel suo film più pazzescamente e apertamente allegorico e morale, La casa nera (1991), Craven raccontava di una famiglia che nascondeva orribili crimini e vessazioni dietro l’architettura tipica della propria villetta middle class: tra le intercapedini dei muri e nel sottoscala vive un’intera popolazione di persone segregate da anni in quella casa senza via d’uscita. Col passare dei tempi, alle travi di legno e alle sbarre d’acciaio che delimitavano i cunicoli carcerari dei prigionieri de La casa nera, si sono sostituiti confini meno evidenti ma altrettanto solidi come display, schermi, tastiere.
Le people under the stairs sono diventate people under the screens.
La profezia più irrequieta e vitale che ci lascia Wes Craven è proprio questa.