Western Stars, di Thom Zimny, Bruce Springsteen

Un vecchio fienile, la band e l’orchestra. E l’atmosfera subito si surriscalda. Il diciannovesimo album del Boss, Western Stars appunto, diventa la macchina del tempo attraverso il cinema. In questo lavoro diretto dallo stesso Springsteen assieme a Thom Zimny. Per un bilancio non tanto della propria carriera, ma soprattutto della propria vita. Il racconto in prima persona è una specie di confessione. Una seduta d’analisi a cuore aperto. Struggente perché carica di semplici verità. Sull’amore, la solitudine, la libertà, la famiglia. Un viaggio che inizia all’inizio di ogni brano. Ci possono essere omaggi, come quello a Jimmy Webb durante l’esibizione di Sundown. O la metafora dello stuntman in Drive Fast, che parla del rischio e di qualcosa che si è rotto. Si l’automobile è determinante in Western Stars. Perché è un viaggio attraverso i 13 brani. Certo, il viaggio di un pellegrino. Dancer in the Dark. Si perché Western Stars è una ballata nel buio. Documentario? Boh. Film-concerto? In parte. Ma non nel senso classico. Dentro ogni canzone si aprono squarci di tutto un mondo, di un tempo passato.

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Si, forse siamo dalle parti di Jonathan Demme. Che sembra essere un fantasma silenzioso. In quel frame definitivo, con l’uomo delle pulizie che pulisce il pavimento e il Boss e sua moglie Patti che stanno bevendo al bancone, c’è la porta aperta di Rachel sta per sposarsi. Ma soprattutto Robyn Hitchcock in Storefront Hitchcock. Ogni canzone diventa un percorso nuovo. Un continuo stato on the road mentale. Si sa da dove si parte ma non dove si arriva. E tra un brano e l’altro, sì, c’è un’illusione. Proprio con Demme che arriva e scherza con il Boss in un immaginario backstage. Che si rivedono di nuovo dopo i video girati insieme di Streets of Philadelphia soprattutto ma anche di Murder Incorporated e If I Should Fall Behind. Forse sarà una deviazione mentale immaginarsi delle cose che non ci sono in Western Stars. Però le chiama. Perché dialoga direttmente con noi. Rimette in gioco i nostri fallimenti. I nostri dolori. Come la storia della ragazza del New Jersey che ha ridotto a brandelli il cuore del Boss. E lui di nuovo in fuga. Con i frammenti d’archivio. Lui più giovane. In una giostra che continua a girare. E c’è il suo West: le montagne, il cielo, i cavalli, il controluce. Il riflesso della birra. La fisarmonica.

Ancora una ballata. Per tutto quello che non c’è più. Non viene nominato, ma si avverte un altra presenza dall’aldilà. Quella di Clarence Clemons, il suo sassofonista morto nel 2011. Quanta nostalgia e vita in tanta strada percrsa insieme.

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Poi c’è quello che resta. “Non si sa mai cosa può succedere con la musica nuova soprattutto quando si suona dal vivo”. Quindi l’imprevisto. Quei momenti da cogliere. Come quel filmato al tavolo all’aperto con Patti. Un bacio. Un balletto. Una gag gioiosa alla Chaplin. Altra improvvisa vertigine. Documentario? Boh. Film-concerto? Forse. Del resto anche le esibizioni dal vivo del Boss sono già film. Non c’è la ragazza sul palco con cui ballare. Ma ancora lui e Patti al bancone. La festa è finita. O forse sta per ricominciare. Se si vede Western Stars senza difese, può portarti via con sé.

 

Titolo originale: id.
Regia: Thom Zimny, Bruce Springsteen
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 83′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.09 (11 voti)

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