What Marielle Knows, di Frédéric Hambalek
Una commedia leggera che ha paura del suo lato buio e si accontenta di essere un intrattenimento, dove il ritmo e le prove attoriali non bastano a costruire uno sguardo. BERLINALE75. Concorso
Battute di spirito, equivoci, situazioni imbarazzanti. Con l’uso disinvolto ed intelligente degli elementi della commedia Frédéric Hambalek demolisce in modo simpatico l’idea del tranquillo focolare domestico. La famiglia della sua storia ha tutto quello che si può desiderare, ma la facciata perfetta all’ esterno presenta delle crepe al suo interno. Grazie al lavoro Tobias e Julia hanno uno stile di vita benestante, ma come ogni coppia normale hanno dei piccoli segreti l’uno per l’altro, si raccontano delle piccole bugie. Hanno un equilibrio. Poi un giorno la loro figlia Marielle scopre di avere un incredibile potere telepatico che le permette di vedere e di sentire tutto quello che loro fanno. Letteralmente ogni cosa. Con chi parlano, cosa dicono. Ed in brevissimo tempo il vaso di coccio che la circonda va in pezzi.
What Marielle Knows è girato quasi esclusivamente all’interno di case ed uffici, modelli precisi da colpire per rivelare quanto negli ambienti confortevoli, negli spazi rassicuranti ci siano luoghi ideali per creare un contrasto. Ma sono le persone che li abitano, i loro volti, le loro parole e i loro comportamenti, è insomma il cosiddetto lato attoriale a suscitare ilarità, la espressioni facciali, le smorfie, i tempi comici dei dialoghi, che un buon cast rende efficaci. Venuti i nodi al pettine nel finale il tono acquista maggiore profondità drammatica, ma è sola una chiusa necessaria a sottolineare il cambiamento, a prendere in seria considerazione i problemi, a svegliarsi da quel torpore illusorio in cui vivevano confinati. Dei personaggi viene rivelato il minimo per fornire degli agganci al progredire della storia, che ha un andamento lineare senza sbalzi temporali. Hambalek fotografa il presente, poi lo scombina. La buona riuscita degli sketch è frutto della straordinaria idea iniziale, in quel inserire qualcosa che sfugge al controllo, nel fare ricorso al magico. Un film leggero, di stile poco autoriale, considerata la totale rinuncia ad una prospettiva, ad un’estetica personale. Un film di intrattenimento che non ha sottotesti, ne diversi piani di lettura, perché si dimentica di scavare nelle solitudini, nei desideri inconfessabili. Forse troppo frettoloso a svuotare i caratteri per renderli idonei al meccanismo, ne ignora la psicologia, lasciando allo spettatore una narrazione tutta fatta per il ritmo, una costruzione più televisiva che festivaliera, per quanto poco valgano di questi tempi certe differenze.
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Ci manca di capire da dove proviene davvero l’inquietudine di Marielle, ed un sospetto cade inevitabilmente sulla mancanza dei genitori durante il suo processo di crescita, sostituiti dalla nonna materna a tamponare quelle assenze che possono diventare traumatiche. E neanche le fantasie sessuali represse di Julia, risultato di poca attenzione e trascuratezza, o l’insicurezza di Tobias sul lavoro, sono chiari e sono toccati soltanto di passaggio. Uno sguardo più approfondito e meno superficiale nel buio avrebbe reso il film degno di un attenzione che non può andare oltre un semplice svago.





















