White Snail, di Elsa Kremser e Levin Peter
Un coming of age sincero e delicato, quasi sussurrato nei suoi passaggi fondamentali. Per la maggior parte del film, il gioco funziona anche se non mancano alcuni passaggi a vuoto. LOCARNO78. Concorso
“Il nostro film racconta un punto di svolta nella vita di due giovani bielorussi, un atto di sfida verso lo stigma e l’esclusione. Domande aperte su un futuro ancora indecifrabile, che si consuma nella foschia delle afose notti d’estate.“
Così Elsa Kremser e Levin Peter, i due registi di White Snail, presentano il loro primo film di finzione dopo i due precedenti documentari Space Dogs (2019) e Dreaming Dogs (2024). Kremser e Peter sviluppano un racconto estivo che prende avvio dall’incontro tra due ragazzi bielorussi: Masha, un’aspirante modella che sogna di fare carriera in Cina e Misha, un misterioso individuo solitario che di notte lavora come assistente autoptico all’obitorio comunale e di giorno realizza dipinti a olio di corpi umani, creando un surreale intreccio tra le impressioni del suo luogo di lavoro e i volti ridestati dei defunti. Le loro personalità sono diametralmente opposte e questo contrasto si riflette anche sul piano estetico. L’enorme corpo di Misha, ad esempio, è ricoperto di tatuaggi mentre Masha, modella attentissima alla dieta e vittima della narrazione tossica sul proprio fisico tipica di alcune agenzie di modelling, gira costantemente con un ombrello per proteggere la sua pelle bianchissima e immacolata. Diversa è anche la loro percezione dell’immagine: per Masha, il punto centrale è la proiezione di sé sullo schermo, mentre Misha rivolge lo sguardo a dei corpi senza vita, ai quali restituisce vitalità nelle tele che dipinge durante il giorno.
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Eppure il loro incontro scuote qualcosa nella ragazza. Vengono meno le sue convinzioni sulla bellezza, sul corpo e sulla mortalità, che per altro l’avevano portata, qualche mese prima, a tentare il suicidio. Ne nasce una fragile storia d’amore tra due outsider che mettono in crisi l’uno il mondo dell’altra, ma scoprendo di potersi offrire momentaneamente compagnia, in attesa della fine di questo periodo.
L’estate, si sa, è la stagione del coming of age. Un tempo sospeso tra la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro, un tempo di crescita e di maturazione. I due registi, forti anche della loro esperienza pregressa, decidono di unire i topoi di questo importante genere cinematografico alla forma per loro più congeniale, quella del documentario. Anche la scelta degli attori, in primis l’esordiente attrice Marya Imbro, riflette pienamente questa impostazione. Ne emerge un racconto sincero e delicato, quasi sussurrato nei suoi passaggi fondamentali. Per la maggior parte del film, il gioco funziona eccome anche se arrivano dei passaggi a vuoto come, ad esempio, la chiacchierata scena d’amore tra due chiocciole che, con un simbolismo fin troppo telefonato, suggerisce un riavvicinamento tra i due ragazzi protagonisti. Non mancano anche i riferimenti alla complicata situazione politica della Bielorussia e alla tremenda guerra che si sta consumando “nel giardino di casa” in Ucraina: Kremser e Peter, come Kaurismäki in Foglie al vento, scelgono di evocarla, come se fosse un fantasma che aleggia di continuo nelle vite di queste persone, attraverso le voci fuori campo di radio e telegiornali. Ma la guerra sembra l’unica cosa a non finire mai, nel frattempo, infatti, l’estate è già passata ed è il momento di una nuova stagione.























