Wilde Salomé, di Al Pacino

Il piacere del Testo. Quella fonte inesauribile di ispirazione che si muove come magma nel sottosuolo di ogni grande opera e che provoca improvvise scosse emotivo/telluriche in chi tenta ancora di (ri)avvicinarvisi. Forse perché continua ad essere dannatamente giusto creare ponti tra passato e presente, tra dentro e fuori, tra sensi eterni e corpi vivi. Ed è proprio dal Testo (questa volta Salomè di Oscar Wilde) che riparte il regista Al Pacino per la sua seconda, interessantissima, opera di cine-saggio dopo quel Looking for Richard filmato come il work in progress di una vita in scena. E ancora una volta il tempo certo e lo spazio chiuso del teatro si contaminano con la liquidità di un cinema declinato furiosamente all’eterno presente. Pacino finge di girare un documentario sulla realizzazione di un suo vero spettacolo teatrale, restando fedelissimo alla parola di Wilde ma inabissando ogni consuetudine di messa in scena (teatrale o documentaristica) avendo in realtà un unico scopo neanche toppo nascosto: girare un Film. Ecco che la dimensione puramente narrativa del “racconto” che in apparenza sembrava bandita da una scena frastagliata in almeno tre livelli temporali (le ricerche sulla vita di Oscar Wilde, le prove dello spettacolo, la sera della prima) e spacciata come approccio ormai anacronistico alla rappresentazione dell’opera, rinasce prepotentemente proprio attraverso l’immagine cinematografica che raggiunge in pieno il suo scopo: la finzione, la fiction, il film.

Lo stesso Oscar Wilde in quest’ottica diventa un gigantesco e nobilissimo pretesto/McGuffin per parlare d’altro, per tentare di raggiungere il miracolo di un’emozione che nasca sì dall’ispirazione originaria del poeta, ma sempre e rigorosamente “dentro” l’universo dello Spettacolo Cinematografico. Perché è lo spettacolo dell’emozione che evade dal testo rendendolo ancora oggi vivo e pulsante, come la danza animalesca e sensualissima di una Salomè/Jessica Chastain che calamita ogni sguardo con il potere del suo primo piano, del suo corpo in movimento, della sua parola.

jessicaInsomma, Pacino è perfettamente consapevole di essere prima di tutto un attore e concepisce la sua regia come una sorta di performance perenne: happening tra teatro, cinema e vita che si intersecano sfumando ogni confine prestabilito e diventano gioco forza “recitazione”. È l’attore Pacino che ci dona il suo corpo/icona nel quale si intravedono i segni di Michael Corleone o Tony Montana nascosti nel suo Erode abbigliato da gangster; è ancora l’attore Pacino che anela furiosamente la nascita dell’ispirazione fine a se stessa per poi fermarsi lì, tra un monologo in scena e un’indicazione in fuori campo ai suoi collaboratori. Il suo sguardo perso e in continua ricerca (di idee, di finanziamenti, di illuminazioni) nasconde in realtà una consapevolissima volontà di voler filmare la Vita attraverso la lente opaca dell’Arte di Oscar Wilde. E la sua vita è sempre stata, appunto, fare l’attore: fingere continuamente di essere per tentare di rendere quella stessa finzione più vera del vero. Ma se Wilde agli albori della società moderna cercava nell’arte un detonatore per il suo compresso mondo interiore, Pacino è oggi serenamente consapevole che non si può più fuoriuscire dalla cronica messa in scena di se stessi – pensiamo all’ultima parte della sua carriera, ormai totalmente schiava del suo stesso mito – permettendoci con estrema e toccante sincerità di entrare a giocare nel suo narcisistico e umanissimo universo privato.