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Willow al Cinema Azzurro Scipioni: incontro con Milčo Mančevski

Il regista macedone ha raccontato la genesi del film del 2019, le difficoltà affrontate in Macedonia dopo la denuncia nei confronti dell’Agenzia per il Cinema e i progetti futuri

Giovedì 5 marzo il Cinema Azzurro Scipioni ha ospitato il regista macedone Milčo Mančevski per una proiezione speciale del suo Willow (2019). Alla fine del film Mančevski ha dialogato con Claudio Siniscalchi e Ludovico Cantisani D’Auria sulla lavorazione di Willow, delle difficili condizioni lavorative che affronta in Macedonia e della sua filmografia.

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L’Azzurro Scipioni, cinema d’essai fondato dal regista Silvano Agosti nel 1983 e costretto alla chiusura a causa della pandemia e della mancanza di fondi statali, ha riaperto nel maggio del 2024, riprendendo rassegne e programmazioni per gli appassionati di cinema. Una sala che ha accolto calorosamente Mančevski, apprezzandone Willow, presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2019, e sottolineando il coraggio che il regista ebbe nel 2020 di denunciare irregolarità e corruzione all’interno dell’Agenzia Macedone per il Cinema. Esponendosi, ha subito una poco celata censura da parte dello Stato, che l’ha escluso dal panorama produttivo e culturale del Paese costringendolo a girare i suoi film all’estero. Non è mancato nei suoi confronti la solidarietà da parte della comunità cinematografica mondiale, a partire dalla Mostra del Cinema di Venezia.

Mančevski, nato a Skopje nel 1959, ha debuttato nel 1994 con il lungometraggio Prima della pioggia, vincendo il Leone d’oro al miglior film a Venezia. Ha alternato produzioni strettamente macedoni e in generale europee (Dust, 2001; Shadows, 2007; Mothers, 2010), passando anche per gli Stati Uniti (Bikini Moon, 2017). Rivolgendosi strutturalmente spesso al trittico, variando tra i generi, affrontando sia il documentario che la finzione, indaga le relazioni tra gli individui, nella famiglia e nell’amore, e i richiami e le connessioni che li potrebbero unire attraversando i secoli, le culture, le geografie.

In particolare Willow racconta della maternità, un tema, un desiderio alla base della biologica prosecuzione della specie. Anche qui sono tre le storie che si dispiegano e si intrecciano nei cento minuti del film; due i periodi storici sullo sfondo. Nella Macedonia medievale, due giovani innamorati scappano dalle proprie famiglie, desiderosi di suggellare la loro unione avendo un figlio. Che purtroppo non riescono ad avere così si rivolgono a un’anziana parente di lei, considerata una strega, che percepisce una maledizione gravare sulla coppia. La strega promette loro una prole numerosa a patto che le venga ceduto il primo genito. Seppur ambientati nella Macedonia contemporanea, gli altri due episodi e i loro protagonisti sembrano allo stesso modo afflitti da una fattura. Una coppia innamoratissima cerca con tanti sforzi di diventare genitori e una volta riusciti qualcosa va storto. La sorella di lei, con il marito – anche loro impossibilitati ad averne biologicamente – adottano un bambino che nonostante la tenera età ha un rapporto conflittuale ai limiti dell’inquietante con la nuova madre.

Oltre il tempo, le geografie, le culture “le persone sono sempre le stesse, con i loro dilemmi esistenziali” afferma Mančevski. Più che la maternità, ciò che in prima istanza ha mosso il regista nella realizzazione di Willow è stato il desiderio di ambientare una storia in un periodo storico molto lontano dall’oggi, fedele a credenze arcaiche. “È stato molto divertente fare le ricerche, forse ancora di più di girare il film in sé. Ho approfondito molto il comportamento dei macedoni nel Medioevo, a partire dai gesti quotidiani: se si stringevano la mano, se facevano il baciamano, se le donne si alzavano appena un uomo entrava nella stanza. Mi sono soffermato molto sui dettagli per capire come vivessero le persone in quel periodo”.

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In Willow la maternità è un desiderio ancor prima che una funzione vitale, il frutto di una fertilità biologica. Potrebbe non essere un caso quindi che l’unico dei tre quadri che ha una risoluzione felice, che dona al film il suo “segmento più ottimista del film”, è proprio l’ultimo – che addirittura in principio era semplice costola del secondo episodio e solo successivamente è diventato autonomo e egualmente complesso. La terza protagonista è l’unica delle tre donne che non riuscirà mai a portare in sé la vita ma è sempre l’unica che invece riuscirà a ricoprire il ruolo di madre, ricucendo nel silenzio un rapporto con il figlio, che mette da parte la rabbia e si abbandona all’amore genitoriale.

Mančevski aveva immaginato due versioni del film, una “maschile” e una “femminile”. Se all’Azzurro Scipioni è stata proiettata la seconda, alla Festa del Cinema del 2019 è stata presentata la prima. “Quest’idea è stata un gioco, una sorta di esercizio sperimentale di narrazione. La versione maschile è più veloce, ha più salti narrativi, va più dritta al punto, ed è di poco più breve nella durata. È stato un modo per provare a raccontare la storia da due punti di vista diversi, con due stili diversi, a mettere in questione, anche dopo aver girato, scritto e montato il film, le possibilità narrative”.

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Sarebbe stato impossibile infine non accennare alle attuali condizioni lavorative del regista nel suo paese d’origine. Nonostante la campagna mediatica diffamatoria nei suoi confronti, Mančevski ha continuato e continua a scrivere e realizzare i suoi film, producendosi da solo e grazie a collaboratori e amici di altri paesi. “Sto lavorando attualmente a due nuovi film per ragioni di disprezzo: è la mia rivalsa, nei confronti della mafia cinematografica che c’è in Macedonia. Il governo mi ha impedito di fare film per quattro anni. Adesso dopo aver vinto due cause in tribunale la situazione si è finalmente sbloccata”. Per la prima volta il regista ha sperimentato interamente il genere del documentario (se non si considera la sfumatura “di realtà” del terzo episodio di Mothers). S’intitola Good People e racconta di un rogo avvenuto in una discoteca e dei soccorritori e dei sopravvissuti alla tragedia. Il secondo progetto, Sister Brother Manhole Cover, è di nuovo un film di finzione, tra il dramma e la commedia, su due fratelli che per sbarcare il lunario rubano reperti archeologici macedoni.

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