With Hasan in Gaza, di Kamal Aljafari

Un documentario che funge da bussola riguardo il passato e il presente del nostro rapporto con le immagini, attraversato da una forza vitale gentile e quasi magica. Dal MedFilm Festival

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Il ritrovamento di tre cassette MiniDv, contenenti del materiale girato nel 2001 a Gaza, è il punto di partenza dal quale il regista palestinese e videoartista Kamal Aljafari (A Fidai Film; 2024) plasma, attraverso il rimontaggio, il suo viaggio/reportage-viaggio alla ricerca di un suo ex compagno di cella, col quale nel 1989 aveva condiviso il periodo di prigionia. La ricerca, quindi, è solo apparentemente il focus centrale di With Hasan in Gaza, realizzato insieme ad Hasan, guida locale che ha accompagnato e co-girato il documentario. È lampante però il modo con cui la presa diretta delle immagini e dei suoni, (perennemente, verrebbe da dire ostinatamente, ad altezza uomo) svelino una forza insita nell’accostamento del senso delle cose rispetto la loro rappresentazione, soprattutto pensando alla piega che gli eventi hanno preso in quella parte di mondo, e pensando soprattutto al fatto che oggi il territorio è cambiato, devastato, cancellato.  

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Tra le tante tracce lasciate da With Hasan in Gaza, una delle più persistenti è sicuramente quella riguardo la trasfigurazione di un territorio e della sua architettura. Perché nella cattura delle immagini, e nell’insieme della narrazione, il linguaggio lascia trasparire una trasformazione in corso, in qualche modo vittima di una volontà indipendente dai palestinesi stessi, oltre che violenta. Il confronto che viene a crearsi con le colonie, le minacce dell’esercito israeliano e il loro modus operandi da aggressori è predittivo degli avvenimenti correnti; quelli che oggi vediamo sui nostri feed e ai quali siamo ormai totalmente desensibilizzati. Il ponte che viene a crearsi allora tra il racconto nel documentario e la sua riscoperta, oggi, funge da autentica bussola nei riguardi della concezione che abbiamo nella creazione, diffusione e consumo di immagini. 

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È affascinante, però, il modo in cui una certa magia persiste e attraversa l’intera visione, nonostante l’estrema matericità e solidità dell’ambiente entro cui ci si muove, arrivando a restituire allo spettatore una dose di sincera genuinità. Difatti nel mostrare la natura, o meglio gli animali a contatto con gli esseri umani, emerge una forza dirompente e gentile: i pesci sono il simbolo definitivo di sussistenza alimentare ed economica ma allo stesso tempo emblema di libertà, perché non confinati (perfino in mare) come gli stessi gazawi. I muli si asservano silenziosamente al lavoro degli operai e dei contadini, con una docilità lampante. Il cavallo mangia lo zucchero e mordicchia la mano dell’uomo, anche dopo che lo zucchero è terminato. Aljafari racconta così, attraverso delle scritte a schermo (componente para testuale che torna durante durante With Hasan in Gaza e che assume completa pienezza nel finale), la sua esperienza in prigione: “Ricordo il suono delle tante chiavi che pendevano dai pantaloni del carceriere quando si avvicinava. C’erano fette di pane sparse per terra su una coperta, le mangiavamo ogni volta che avevamo fame. Mettevamo sopra dello zucchero…” 

È pressoché impossibile non effettuare un raffronto tra le produzioni che in questi anni hanno raccontato la realtà palestinese e l’occupazione israeliana. Il prodotto che meglio segue la scia di With Hasan in Gaza in questo senso è sicuramente il documentario premio Oscar No Other Land che invece verte totalmente su una narrazione e un linguaggio più affine al mondo del data journalism e dell’attivismo. Tra i due film però intercorre uno scambio forte, in merito alla già citata rappresentazione di un territorio e di una presenza ostile e ingombrante, quella dell’esercito israeliano, ed è proprio nello spazio temporale che intercorre tra le due storie (2001-2024) che questo paragone si manifesta in tutta la sua (per quanto possibile) chiarezza: non vi è uno spostamento di luogo ma solo di tempo. Ne risulta quindi una sorta di resoconto, in questo dittico, che punta a restituire al mezzo cinematografico la sua più totale forza; ovvero proprio la capacità di lavorare con le immagini per testimoniare la trasformazione antropologica nel modo più umano e intellegibile possibile.  

La valutazione di Sentieri Selvaggi
3.7
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