Woken, di Alan Friel

Finché gioca con le aspettative e i linguaggi del folk horror, rimane coeso. Ma nel momento in cui si apre alla varie ramificazioni del racconto orrorifico, resta schiacciato dalle sue (troppe) anime

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La scena su cui si apre Woken potrebbe essere intesa come una cartina tornasole di tutti i linguaggi e le istanze del racconto, e il mix di generi a cui vota ogni sua riflessione. Qui un’innominata ragazza fugge da una sorgente di paura invisibile, per poi saltare dalla cima di un promontorio. E questo “slancio nel nulla”, che sarà seguito da un’improvvisa (o forse perenne?) amnesia della giovane donna, offre lo sfondo sia all’assenza di memoria della protagonista, sia all’immagine di vacuità a cui è stato destinato ora il mondo, in seguito ad un disastro pandemico/apocalittico. Che nella sua ineffabile inesorabilità, ha declinato negli spazi ristretti di una piccola isola non solo l’intero sistema di personaggi o gli intrecci del film: ma anche l’insieme dei codici che governano il macro-genere dell’horror.

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Nel momento stesso in cui Anna (Erin Kellyman) si “risveglia” dal trauma della caduta, il personaggio sembra confinato all’interno delle classiche cornici del folk horror. La famiglia che l’accoglie all’inizio di Woken, e di cui lei non ha memoria, sembra infatti appartenere ad un mondo distante, ignoto, nonostante l’uomo con cui si interfaccia ritenga di essere suo marito, nonché il padre della bambina che porta in grembo. Eppure Anna non ha ricordo di queste persone né di un legame intrinseco che la porti ad abbandonarsi organicamente a figure, a tutti gli effetti, estranee. Per questo rimane sulla difensiva, al punto da apparire, sulla scia degli ignari protagonisti de Il prescelto e Gannibal, alla stregua di un’anomalia: che la micro-comunità a cui (non) appartiene dovrà rimodellare, ricodificare per poi asservirla ai piani collettivi di una cornice ristretta di isolani/carcerieri.

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Fino a che Woken si muove nell’ambito del folk horror, il racconto sembra denotare una coesione interna. Qui il debuttante Friel mostra un’abilità evidente nel giocare con le aspettative del pubblico e con le inferenze (culturali, linguistiche) che una simile cornice di genere ripetutamente risveglia in chi guarda. Il problema, semmai, lo ritroviamo proprio nel momento in cui il film si apre al resto delle ramificazioni odierne del testo-orrorifico, di cui sì sembra conoscere a pieno le logiche e le consuetudini: ma che cerca di ri-mettere in discussione attraverso una loro contaminazione reciproca, tale da creare un’opera-calderone priva di una vera identità e direzione.

Se, infatti, Woken segue con fedeltà le numerose declinazioni in cui si inabissa l’horror odierno, dalle sovrapposizioni di sci-fi e commento politico (Get Out) ai mondi psicopatologici derivati dallo psycho-thriller (Chime) fino alle narrazioni messianiche di stampo ecclesiastico (Omen. L’origine del presagio) fatica, al tempo stesso, a restituire radicalità a queste sue (troppe) anime. Tanto che il viaggio di liberazione/distruzione della protagonista sembra privato di qualsiasi senso di imminenza o visceralità. Ne deriva perciò un film neutro, incapace di contenere le sue (comunque ammirevoli) ambizioni, e di porle in connessione reciproca attraverso un discorso stratificato, che sappia come rendere compatibili grammatiche, solo in apparenza, dissonanti.

Titolo originale: id.
Regia: Alan Friel
Interpreti: Erin Kellyman, Maxine Peake, Peter McDonald, Ivanno Jeremiah, Oscar Coleman, Corrado Invernizzi, Joseph Palmer, Derek Carroll
Distribuzione: Blue Swan Entertainment
Durata: 90′
Origine: Irlanda, Italia, 2024

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
2 (2 voti)
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