Wonder Woman 1984, di Patty Jenkins

Ricostruisce un’ambientazione retro anche nelle imperfezioni dei superhero-movies dell’epoca. Regala emozioni e disattende le aspettative come quei grandi film incompiuti del passato. Su HBO Max

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Wonder Woman 1984 è allegramente scombinato per colpa delle insolite dimensioni del piccolo schermo a cui la pandemia lo ha relegato? Il formato sbagliato basta per meritarsi l’indulgenza verso il suo sgangherato finale? Il film perde definitivamente il suo pur precario controllo proprio in prossimità dello showdown. Sembra che questa volta nemmeno l’amazzone sia sfuggita alla maledizione dell’ultima battaglia che affligge il DC Universe.

Eppure, questa defaillance è troppo clamorosa per convincere del tutto. Che sia un omaggio a quella sfumatura camp che l’eroina occupa nell’immaginario collettivo? Che sia un volontario atto di devozione verso l’ambientazione retro e verso i superhero-movies degli anni ottanta? Per esempio, Sam Raimi non ha mai mancato di rispetto a Ray Harryhausen anche quando ha avuto un arsenale digitale a disposizione.

È difficile giustificare altrimenti alcuni pacchiani imbarazzi del green-screen. È come se le peripezie della protagonista strizzassero l’occhio alle imperfezioni del passato. Superman (1978) è stato il punto più ambizioso di un’epoca remota dei rapporti tra il cinema e il fumetto. Un conflitto esemplare tra la penalizzante resistenza della tecnologia fotografica e le sfrenate fantasie del comic-book.

Patty Jenkins torna alla regia e si affida anche a questo richiamo grafico per far rivivere l’atmosfera di quegli anni. La sequenza d’apertura è un flashback superfluo che serve solo a sfoggiare tutta la potenza di fuoco visiva del cinema contemporaneo. La versione del pentathlon delle amazzoni si svolge in un iperuranio mitologico senza impurità. La Terra è tutta un’altra storia: un terreno infido, pieno di passioni e di pericoli.

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Diana Prince lavora allo Smithsonian e Wonder Woman sventa una rapina in un centro commerciale. La location è inconfondibilmente vintage ma per tornare nel passato la messa in scena deve diventare anche meno iperrealistica. Lo sguardo di una bambina nera che ammira l’amazzone mentre si sbarazza di quattro criminali annuncia l’inevitabile. Il film non può evitare di affrontare la questione del genere e di mettere altra carne al fuoco.

Diana Prince è una donna che nasconde una natura divina e si muove da single nel 1984. Gli uomini la fissano e la approcciano continuamente ma lei li respinge non solo perché è innamorata di un ricordo. Il suo distacco dalle avances non deriva solo dalla capacità di potersi difendere fisicamente dal pericolo. Il suo arrivo ad una serata di gala in abito da sera mostra una femminilità elegante, seducente e autoreferenziale.

Il fascino dei tacchi alti è libero e funzionale ad un’idea di perfetta donna emancipata. Gal Gadot è una modella ma è anche un soldato e il suo corpo si offre come un paradigma di non plus ultra femminile. Kristen Wiig invidia solamente la sua parte sensuale perché è ancora una donna/vittima che cerca la validazione sessuale degli uomini. Invece, Wonder Woman 1984 prova a definire una donna che ha pienamente sviluppato la sua volontà di potenza.

L’ostinazione con cui il film presenta un repertorio di predatori sessuali rischia spesso di trasformarli in macchiette. La necessità di entrare in un dibattito impegnativo viene sempre sdrammatizzata. La trama affronta allo stesso modo due temi centrali di quegli anni: l’apparenza fisica e la ricchezza materiale. Un’antica pietra forgiata dagli dei che realizza i desideri e la parodia di Ronald Reagan ribadiscono l’invito a non pensarci troppo sopra.

La follia progressiva di due villain sopra le righe accompagna il film verso una deriva sempre più bizzarra ed incontrollabile. Patty Jenkins sa di dover onorare l’epica ma non smette mai di sterzare verso il farsesco. E se si pensa di nuovo all’uomo d’acciaio non può che tornare alla mente l’antico dilemma. È meglio il tono solenne del film di Richard Donner o quello scanzonato di Superman II (1980) di Richard Lester?

Il ritorno dell’amato pilota di guerra morto in Wonder Woman (2017) coincide con la perdita dei poteri dell’eroina. Un indizio? La luna di miele con Lois Lane costava caro anche a Kal El. La regista compie un lodevole sforzo di sintesi tra le due anime del film. I duetti della coppia ritrovata sono i rari momenti in cui raggiunge l’obiettivo. Il volo invisibile di Gal Gadot e Chris Pine sarebbe potuto diventare uno dei picchi cinematografici del 2020.

Il problema della scelta tra essere una donna normale e compiere il proprio destino di guerriera si perde tra altri mille spunti. Il convulso finale li fagocita tutti in un’esplosione di megalomane grandeur che avrebbe fatto felice Joel Schumacher. Si poteva prendere sul serio un personaggio che prima o poi deve tirare fuori il lazo della verità? Che deve volare con un’armatura di piume dorate come in Flash Gordon (1980)?

Wonder Woman 1984 svicola dalla complessità verso cui viene costantemente spinto. Patty Jenkins emoziona con una gustosa sfilata delle stranezze del guardaroba maschile degli eighties. Per amare il suo film si devono accettare l’increspatura temporale e le sue aspettative disattese. La frustrazione visiva di quei grandi film incompiuti di trenta o quaranta anni fa. Solo chi ci riesce può godersi il piacere di due ore e mezza di intrattenimento senza conseguenze.

 

Titolo originale: Wonder Woman 1984
Regia: Patty Jenkins
Interpreti: Gal Gadot, Kristen Wiig, Pedro Pascal, Chris Pine, Robin Wright, Connie Nielsen
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 151’
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.37 (27 voti)
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