Wounds, di Babak Anvari

Siamo già al paradosso che un film nato per canali autonomi – passato tra l’altro anche alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2019 -, seconda attesa opera di un regista che aveva già sorpreso con l’horror politico Under the Shadow (storia di un jinn che tormenta una famiglia dell’Iran khomeynista), assuma ex-post le sembianze del tipico prodotto della piattaforma che lo distribuisce e che lo ospita nel suo catalogo, Netflix naturalmente. Ma siamo già anche all’altro estremo derivante dal fatto che la calibrazione della poetica dell’anglo-iraniano Babak Anvari verso una scrittura più marcatamente occidentale, segnata dalla sceneggiatura dello statunitense Nathan Ballingrud, gli fa disperdere la specificità geografica/antropologica dell’esordio a favore in questo suo secondo film di un metaforismo “colto, dilatato, metatestuale, performativo e iniziatico alla decifrazione” molto in linea con il new-horror d’autore rintracciato puntualmente da Sergio Sozzo nella recensione di Midsommar. Wounds è infatti un film concettualmente tetragono, duro come il diamante nonostante la facilità diegetica del genere a cui appartiene. Si serve della discesa nell’orrore fisico di uno gnosticismo declinato in chiave malvagia (l’Eone più volte evocato sembra avere fattezze e finalità demonologiche) per il racconto di una caduta ben più importante, quella dell’anima del protagonista Will. Una caduta però vista da un’angolazione moralistica perché in realtà già avvenuta senza nemmeno accorgersene, scivolata con colpa tra la maglie di una quotidianità fintamente placida. L’incipit del “Cuore di tenebra”, di Joseph Conrad lo denuncia apertamente: “gli aveva sussurrato cose su di lui che egli stesso ignorava, cose che neppure sospettava… e quel sussurro si era rivelato irresistibilmente affascinante. Echeggiava forte dentro di lui poiché egli dentro era vuoto”. 

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C’è un ulteriore passaggio che sottolinea questa predominante etica con l’accusa mossa al protagonista dalla sua ragazza Carrie durante la rottura tra i due: “sai cosa vuoi veramente? Niente. Perché non c’è niente che ti possa soddisfare. Tu sei una brutta persona, sei solo un corpo”. In Wounds questa visione della vita così conservatrice si esplicita nella ossessiva denuncia del latente alcolismo di Will. Il barista del Rosie’s è il solo ad non accorgersi di trovarsi per puro caso dal lato neutro del bancone: il suo posto dovrebbe essere invece tra gli avventori che serve ogni sera. L’alcol è per lui lavoro ma anche spensieratezza, rifugio, fuga sentimentale, risoluzione misterica. Insomma, tutto. In questo senso il film di Havari potrebbe essere la tappa audiovisiva di un percorso di riabilitazione per dipendenti etilici, spauracchio spaventevole e spaventoso per chi è andato in rehab perdendo al contempo gli affetti più cari. Serpeggia inoltre una morbosa acrimonia del regista verso il proprio protagonista, tacciato di ipocrita mascolinità tossica: in fondo egli è l’unico personaggio ad agire in senso puramente negativo macchiandosi, da bravo maschio alfa, al contempo di gelosia e tradimento. E l’horror, in mezzo a questa colpevolizzazione di stampo protestante? Nel film il misticismo lovecraftiano evocato attraverso velocissimi frame e un pigro risvolto di sceneggiatura (una ricerca web!) viene troncato brutalmente sul finale lasciando aperte le possibilità interpretative. La necessità di una seconda visione/streaming, sicuramente non osteggiata da chi lo distribuisce, è però incanalata rigidamente da Anvari che da un lato la impone attraverso la moderazione degli indizi e dall’altra sembra voler incentivare decodifiche pluraliste simil-piattaforma Reddit. L’evocativa “traslazione delle ferite”, l’incompiutezza della teoria gnostica soggiacente, l’aderente personalismo di una vicenda vicina allo spettatore hanno infatti attirato, come prevedibile, una ridda di teorie esplicative che sembrano l’aggiornamento dei forum dedicati un ventennio fa al Donnie Darko di Richard Kelly. Ciò che manca a Wounds rispetto proprio a quel film ed opere speculari è la capacità di adesione emotiva alla materia e, per soprammercato, la cieca astrazione dagli stilemi del genere. Se nemmeno i registi horror si lasciano affascinare dalla paura per poi, solo poi, rifiutarla, a noi spettatori non resta che rifugiarci nel caro vecchio jumpscare. Almeno quella è una costrizione a cui scegliamo volutamente di abbandonarci.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Babak Anvari
Interpreti: Zaazie Beetz, Armie Hammer, Dakota Johnson, Alexander Biglane, Brad William Henke
Distribuzione: Netflix
Durata: 94′
Origine: USA, 2019

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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